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Scritto sul corpo
Il tatuaggio come veicolo di dedizione
 
 
Piccolo saggio sul famigerato marchio di Caino
La parola "tatuaggio" viene dal termine polinesiano tatau ovvero "scarnificazione" ma è, più semplicemente, l'inserimento di pigmento colorato sottopelle.
Il procedimento usa come veicolo il veloce movimento di un ago collegato con corrente a basso voltaggio a due bobine, che trasporta da un serbatoio transitorio il colore denso e lo inserisce "graffiando" l'epidermide in superficie.
Questo nella nostra cultura occidentale urbanizzata.
In Estremo Oriente, in Giappone,in Malesia, in Indonesia o alle isole Fiji sono usati strumenti meno moderni e più carichi di significati rituali, come il lungo ago d'argento d'origine giapponese fino ai pettini vegetali formati da decine d'aghi acuminati usati dai tatuatori di Sarawak, in Malesia.
Ma la sostanza non cambia ... Nella maggior parte dei casi i segni permanenti sulla carne simboleggiano una transizione nella vita di chi li espone, rivendicando il legittimo possesso del proprio corpo.
I tatuaggi vengono incisi sulle ceneri di un'importante storia d'amore così come su di un traguardo anelato ormai raggiunto.
L'obbiettivo è sempre quello: modificare e differenziare il proprio corpo rispetto al passato.
Il tatuaggio permette di scrivere su noi stessi, e quindi di non dimenticare mai, un passaggio fondamentale della nostra vita.
Due sono le componenti attraverso le quali avviene la catarsi fisica ed intellettuale: il primo è il dolore.
Non è possibile effettuare un tatuaggio in maniera completamente indolore.
Soprattutto perchè non è possibile usare antidolorifici o analgesici che, con la loro azione atta a modificare il metabolismo, possono provocare vasodilatazioni o piccole emorragie.
Si scrive sul proprio corpo attraverso il dolore: quale percorso di scrittura permette una manifestazione tanto forte quanto il dolore fisico?
La seconda componente è l'irreversibilità, la permanenza assoluta, destabilizzata ormai dall'introduzione dello YAG Laser, tecnica rivoluzionaria che permette di rimuovere e cancellare completamente i tatuaggi.
Esistono ormai decine e decine di giovani occidentali che usano il tatuaggio in maniera totalmente inconsapevole, senza nessun'altra finalità APPARENTE che la vanità, il desiderio di rendere più bello e desiderabile il proprio corpo. Ma se si va a scavare in profondità si trova sempre il percorso di purificazione ostentato attraverso il disegno, il simbolo, l'elaborazione grafica.
Eppure, visto dall'interno, dalla cerchia di praticanti che va oltre la momentanea infatuazione e concepisce la propria pelle come tazebao dell'anima, il tatuaggio mantiene ancora l'esoterismo di una sottocultura.
Entrare a far parte del mondo dei tatuaggi non corrisponde a farsi decorare con un disegno intravisto durante una gita al mare.
Anzi, la mia interpretazione parte da presupposti completamente diversi: considero il tatuaggio finito come il frutto di un lungo apprendistato, di un work in proggress dell'anima che parte dalla riconsiderazione positiva del corpo, dal suo rapporto con il pensiero, dal personale senso di visualità, dal gusto della rappresentazione, dal desiderio di individualità, dalla propensione simbolica verso un gesto carico di ritualità.
E vorrei, attraverso un percorso di conoscenza, tentare di strappare dal mondo dell'alternativo a tutti i costi, il tatuaggio come percorso di crescita individuale, attribuendo all'intera pratica una connotazione finalmente positiva, intesa come recupero di ritualità ormai perdute.
Piccola storia del tatuaggio
Ci sono tracce di tatuaggio già 12.000 anni prima di Cristo. Tra il 300 a. C. ed il XIX secolo l'Oriente è la culla del tatuaggio inteso come arte, mentre ad Occidente, con il passare dei secoli, l'usanza alterna status di accetabilità e di messa al bando sanciti di volta in volta dai guardiani del costume.
Nell'antica Roma, come nella Cina del v secolo, il tatuaggio è, per esempio, associato all'idea di punizione, indelebile marchio di'infamia.
Allo stesso modo, nel Giappone del XVII XVIII secolo il tatuaggio è sconveniente, diffuso nelle aree "a rischio" della società, roba da Yazuka, da malviventi.
Eppure collocatosi saldamente nell'immaginario condiviso del Sol Levante, il tatuaggio già allora veniva silenziosamente accettato come affidabile segno di riconoscimento tra persone affini per casta ed attività. (le “famiglie).
In sostanza, perciò, la condizione ondigava tra sconvenienza e distinzione appare organica alla storia del tatuaggio. Fatte salve alcune aree delimitate, i mari del Sud e le terre artiche, dove il tatuaggio manterrà stabilmente un alto significato rituale.
A riprova di questa schizofrenia basta ricordare che negli stessi decenni in cui il tatuaggio viene guardato con il disprezzo riservato a un segno di emarginazione sociale, personaggi di primo piano lo ostentano fieramente su tutto il corpo: Giorgio v d'Inghilterra, Oscar re di Svezia, Alessandro di Russia.
Il tatuaggio artistico, non quello “brutale” di carcerati e marinai, già si pone come un doloroso simbolo di eccentricità, libertà di pensiero e audacia.
Nella seconda parte del ‘700 il leggendario capitano Cook conduce con sé in Inghilterra un nativo della Polinesia. Si chiama Omai e il suo corpo è interamente decorato da tatuaggi. Il suo arrivo suscita uno straordinario interesse tra i britannici.
Sorvoliamo sul lercio commercio di teste di aborigeni tatuate che si stabilì fiorentemente nella moderna Inghilterra e limitiamoci a considerare l'insinuarsi di raffigurazioni inattese sotto nobili vesti.
Il tatuaggio comincia a parlare inglese. E per un secolo, a partire dalla metà del XIX secolo NEW YORK diventa la capitale. Il luogo deputato è Chatham Square, nella zona del porto di Manhattan, oggi ingoiata da Chinatown. E' lì che gravitano avventurieri provenienti da ogni angolo del mondo, attratti dalla ragnatela di bar, bordelli e case da gioco. La diffusione del tatuaggio è una diretta conseguenza di questo scenario. A cominciare dalle migliaia di marinai che vagano per il quartiere ostentando i loro tatuaggi esotici.
E' proprio a Chathan Square che agisce Samuel O'Reilly, padre del tatuaggio moderno.
Dal mondo sotterraneo della malavita statunitense si passa nell'intellettuale Europa nella quale sono i nobili i tatuati, gli appartenenti alle classi privilegiate. Ma la vera inversione di tendenza si ha intorno alla metà degli anni '60 … Joan Baez e Janis Joplin ostentano capolavori disseminati sul loro corpo, libertà corporea, musicale, sessuale. Poi Hollywood ci mette del suo … e il tatuaggio diventa status trendy, anche se la finalità ancora una volta non cambia: racconta, attraverso la pelle, la propria condizione, i desideri, la propria personalissima voglia di rendersi irripetibili.
Il mio corpo, una parete bianca.
La prima volta che un ago carico di colore si è avvicinato alla mia pelle avevo ventidue anni e non ne sapevo niente di tatuaggi o di piercing …
Inconsapevolmente stavo sancendo un cambiamento radicale: di lì a poco sarei stata mollata in malo modo e avrei provato, attraverso un dolore che mi sembrava insostenibile, la prima crisi catartica della mia vita.
Stavo vivendo la prima storia importante … avevo deciso che sarebbe stata “per sempre” … Ero legata da simbiosi assoluta alla donna che con me viveva, mangiava e respirava … era l'unica mia fonte di sussistenza emotiva.
Da lei dipendevo, in tutto e per tutto.
Era il mio sole, il mio centro, il mio mondo … Morbosamente pensavo che se mi avesse mollata sarei morta.
Un giorno decidiamo di farci un tatuaggio “insieme” … (da allora diffido di chi vuole fare tutto “insieme” ) ed io, completamente assorbita dal mio delirio di dipendenza, scelgo di tatuarmi un ideogramma giapponese, il titolo di un libercolo di Yukio Mishima che parlava di una storia d'amore assoluta … triste e drammatica.
La sorte ha voluto che la mia scelta fosse in realtà pilotata da un destino moooolto più consapevole della mia ottusità d'innamorata …
Quella storia mi stava soffocando … In nome dell'iperbolica fortuna di essere amata, a qualsiasi condizione, avrei accettato di camminare sui carboni ardenti. La donna che mi amava, o che diceva di amarmi, s'infastidiva a molte delle manifestazioni del mio non splendido carattere … ed io pretendevo di modificarmi, di plasmarmi sull'immagine che lei si era fatta di me. E diventavo l'ombra di me stessa … Quella donna spettacolare quale io sono, narcisa e fiammeggiante si stava spegnendo di fronte alla volontà di qualcuno che decideva per tutte e due.
Quando mi ha lasciato sono stata male per mesi … mi sembrava di non avere più motivo per esistere … In realtà non sapevo che mi era capitata la più grande fortuna della mia vita.
Da quel momento ho cominciato a rinascere … a recuperare me stessa … e mi sono recuperata talmente bene che la mia spettacolarità mi ha portata sull'orlo del baratro inverso: ho amplificato i miei eccessi fino quasi all'autodistruzione … ma ero io … difficile, insopportabile a volte ma ero io.
Ho conosciuto ancora tanto dolore … era come se mi svegliassi da un'anestesia durata quattro anni …
Volevo tanto di quel dolore da sentirmi viva ogni momento della giornata.
E quel piccolo tatuaggio ha pia piano assunto il significato per il quale si era voluto scrivere sulla mia pelle: non più il legame con una storia d'amore tristissima ed irreale … ma la consapevolezza che la libertà interiore e la volontà di essere se stessi non hanno prezzo.
A volte li paghiamo con lacrime e sangue … e dovremmo essere disposti a sacrificare mille volte tanto.
Ora quel brutto ideogramma si è un po' sbiadito, a testimonianza del fatto che anche quella “ME” eccessiva è rientrata nei ranghi … Ma sarà sempre lì a ricordarmi che cosa ho rischiato cercando di trasformarmi in qualcun altro: non l'infelicità … Ma l'oblio della mia vera anima.
Da allora mi sono fatta tatuare ancora e ancora … Ma lo faccio solo per me stessa …
I miei disegni, la mia donna giapponese, la mia aquila, oltre alla manifestazione di un gusto estetizzante ed un filo decadente, sono anche il sintomo di crescita che fisso con estremo piacere sulla mia pelle … perché mi ricordino chi sono in ogni momento, cicatrici spettacolari di dolori provati e simboliche presenze di scelte, giuste e sbagliate.
Rita Pierantozzi
 
 

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