associazione medica a carattere socio-sanitario destinata alla cura e alla prevenzione
dei DISTURBI di RELAZIONE,
attraverso un programma clinico di reintegrazione
del soggetto portatore di disagio
oc. Medica N.A.Di.R.
Assoc. Medica Disturbi di Relazione
Tel. 347 0617840
Fax: 051 3370212
skype: pmnadir
 
segreterianadir@medicanadir.it
REDAZIONE di BOLOGNA
di ARCOIRIS TV
La televisione indipendente
della gente, per la gente
N.A.Di.R. informa

 

presentazione libri
27 <<< pag.28 >>> 29
Guarda il filmatoFrancesco Biamonti e il Mediterraneo
 
NADiRinforma propone un estratto dell'incontro del 27 giugno 2009 della 5° edizione di Itinerari di Letteratura promossi dall'Associazione “Amici di Francesco Biamonti” tenutasi a San Biagio della Cima (IM), paese natale dello scrittore, presso il Centro Polivalente “Le Rose”.
Costanza Ferrini, studiosa di letteratura del Mediterraneo, e Thierry Fabre, direttore della rivista marsigliese “La pensée de midi” hanno tenuto una conferenza dal titolo "Francesco Biamonti e il pensiero meridiano: lo sguardo francese sul Mediterraneo", punti di contatto e identità tra lo sguardo dello scrittore di San Biagio e quello degli scrittori francesi del Midi e d'altri di diverse rive, in un sovrapporsi di geografie e immaginari. Un Mediterraneo che unisce e che, se vissuto come ponte di culture, può rappresentare la culla della nuova Civiltà.

Biografia tratta dal sito www.francescobiamonti.it
Francesco Biamonti è nato a S. Biagio della Cima , in provincia di Imperia, il 3 Marzo del 1928 e là, nell'entroterra di Vallecrosia, ha vissuto quasi sempre, in una casa che in passato era stata un fienile, e che egli ha trasformato nel corso degli anni in una vera e propria “officina”, dove ha svolto il suo “mestiere di scrittore” senza orari e ritmi di lavoro prestabiliti, ma con passione non comune e straordinaria efficacia creativa, sottraendosi agli sguardi indiscreti della gente e concedendosi solo a pochi e fidati amici.
Le finestre di questa "casa-laboratorio" si aprono sulla campagna, dove, secondo una “leggenda” fiorita intorno al personaggio, Biamonti avrebbe coltivato le mimose. Si è parlato, infatti, di lui come di un poeta contadino, scomodando, a tal proposito, Pascoli e addirittura Virgilio; Biamonti, invece, pur avendo una conoscenza minuta, approfondita e appassionata di ogni pianta, di ogni fiore e di ogni foglia, più da botanico che da contadino, non amava le mimose o almeno non le amava più da tempo: “Il loro giallo è fatuo, ignaro delle tenebre del mistero, la cifra dei fiori europei” disse una volta, sottolineando, in questo modo, la loro effimera esistenza e, comunque, elegante e raffinato qual era, non disdegnava i ritmi e i richiami della città, dove trascorreva tutte le notti.
Frequentava, infatti, i caffè e i locali della Riviera meno affollati, dove raccoglieva storie di varia umanità, contrassegnate dalla paura, dall'indolenza, da un'indefinibile angoscia: brandelli di vita vissuta che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall'amicizia e dalla frequentazione di Ennio Morlotti e di altri artisti non meno qualificati.
Il suo amore giovanile per la pittura, la sua non comune sensibilità, la conoscenza approfondita delle cose dell'arte, e soprattutto l'attenzione meticolosa per il paesaggio e il trascolorare della luce in uno scenario prevalentemente roccioso, impervio, sospeso tra l'orizzontalità del mare e l'immensità del cielo, costituiscono il viatico e le coordinate del suo itinerario umano ed artistico.
Scarse, frammentarie e comunque poco significative sono le notizie concernenti la sua vita. Dai suoi romanzi non si possono trarre indicazioni sui rapporti scrittore-vita e lo stesso Biamonti è sempre stato reticente a parlare di sé; in un'intervista rilasciata a Paola Mallone ha detto testualmente: “Mi piace non dire niente; io sono da cancellare; la mia vita non conta nulla; i miei natali non hanno importanza; il mio paese è insignificante”
 
Imperia 15 dicembre 2000 Francesco Biamonti con Luigi Surdich,
Alessandro Natta, e Giorgio Devoto
Sappiamo, tuttavia, che amava la musica sinfonica, le arti figurative ed il cinema francese (Bresson; Becquer; Melville e Truffaut), amori che hanno riempito le sue giornate e nutrito il suo spirito, desideroso di effusione.
Dopo essersi diplomato in ragioneria e dopo aver vagabondato per un certo periodo in Spagna e soprattutto in Francia, negli anni cinquanta ha scritto, sotto l'influenza di Sartre e della psicanalisi, un romanzo, intitolato Colpo di grazia, che non ha mai visto la luce, se non parzialmente in forma di estratto, e che lo stesso Biamonti non ha mai ricordato volentieri, anzi una volta, citando Cesare Pavese, uno degli scrittori a lui più cari disse testualmente:" Se ne valesse la pena me ne vergognerei".
In seguito (1956 -1964), prima di dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di critico e di narratore, si è mosso, con sagacia e competenza da bibliotecario, tra i manoscritti e gli incunaboli dell'Aprosiana di Ventimiglia, diventando ben presto un punto di riferimento obbligato per tutti coloro che frequentavano la biblioteca e soprattutto per i giovani laureandi, ai quali non lesinava i suoi preziosi consigli.

Assieme a Lalla Romano nel 1999 (foto di Antonio Ria) -------- --Francesco con Ennio Morlotti in mezzo agli ulivi nel 1988
Schivo e silenzioso, ma sempre gentile e disponibile, recava sul viso, solcato appena da qualche ruga ed illuminato da due occhi azzurri, profondi come il mare, i segni di un'intensa, sofferta vita interiore. Si muoveva lentamente, misurando i passi, con circospezione più che con diffidenza.
Ha scritto diversi saggi di pittura (“Morlotti pastelli e disegni 1954-1978”; “G. Cazzaniga: antologia critica”; “Lavagnino. I cieli ed altre stesure”; “I muretti di Gagliolo” etc.). Dopo alcuni racconti alquanto eterogenei, nel 1983 , ha esordito, nell'ambito della narrativa, con il romanzo L'angelo di Avrigue, pubblicato da Einaudi ed impreziosito da una splendida e lusinghiera presentazione di Italo Calvino; sempre presso la casa editrice torinese ha visto la luce, nel 1991, Vento largo che ha ottenuto moltissimi riconoscimenti: il premio Comisso; il premio Flamalgal e il premio Città di Gaeta. Nel 1994 con il romanzo Attesa sul mare, da cui è stato tratto il film “Mare largo” di F. Vicentini Orgnani, ha ricevuto il premio Grinzane Cavour ed è stato tra i cinque finalisti del premio Campiello, vinto poi da Tabucchi con "Sostiene Pereira”.
Entusiastici consensi ha riscosso il suo ultimo romanzo Le parole la notte, dai più considerato il suo capolavoro, anch'esso finalista al premio Campiello e vincitore del premio P.E.N club, del premio "Alassio: 100 libri” e del premio Marotta "libro dell'anno". Apprezzato soprattutto in Francia, dove tutti i suoi romanzi sono stati tradotti (L'Ange d'Avrigue; Vent largue; Attente sur la mer presso la casa editrice Verdier e Les paroles de la nuit presso Seuil) negli ultimi anni aveva trovato estimatori e lettori anche in Germania, dove sono stati tradotti gli ultimi due romanzi (Die Erwartung e Die Reinheit der Oliven entrambi presso la casa editrice Klett-FCotta) ed in Catalogna dove è stato pubblicato recentemente Vent de mar endins , traduzione di “Vento Largo”.
Accanito fumatore – è difficile ricordarlo senza la sigaretta tra le labbra o tra le dita ingiallite dalla nicotina - si è spento il 17 Ottobre del 2001 , nel pieno del suo vigore creativo, consumato da un cancro ai polmoni, mentre lavorava ad un altro romanzo Il silenzio, uscito postumo ma incompleto nel Marzo del 2003, sempre per i tipi della casa editrice Einaudi.

Francesco Improta
 
Antonio Maccioni
Sopravvissuti alla corrosione del salino.
Biamonti e il Mediterraneo
...Secondo Elio Gioanola, ad un primo sguardo il personaggio di Biamonti sembra contraddire la contemplatività che uccide il movimento: non è mai fermo, viaggia e cammina, «sale e scende in continuazione per i sentieri della sua costa dirupata», guarda al mare e anche se solo in extremis solca le sue ampie vie. È questo un «moto in luogo circoscritto, esigente l’ablativo della stasi e non l’accusativo dello spostamento effettivo verso direzioni tra-scelte».15
Il verbo ricorrente nell’opera biamontiana è il verbo «guardare». In questi termini e nella prospettiva del personaggio, guardare è il contrario di vedere: «vedere è misurare, calcolare distanze, opportunità e vantaggi, muoversi in ogni caso nel-l’ambito del fenomenico e predisporsi al-l’azione».16
Il guardare stesso interrompe l’agire e incanta il dialogo, «il personaggio si blocca per fissare, fuori di ogni logica, un particolare che gli si è presentato con la forza di un evento epifanico, sia pure mini-mo e misero».17
Fu Italo Calvino, sulla copertina del romanzo d’esordio di Francesco Biamonti, a parlare per primo di «romanzo-paesaggio», certamente alludendo ai contenuti: «rocce, gerbidi, fasce e luci di Ponente; ma anche a una particolare forma della narrativa di Biamonti in cui il paesaggio ha valore di personaggio e i personaggi esistono solo in rapporto al paesaggio».18 La natura della sua Liguria, che è anche terra di Mediterraneo, continente e mondo, sostituisce le stesse relazioni fra gli interlocutori: il turritorio circoscritto è una presenza costante che si insinua tra fraseggi potenti e precisi ma aleatori, e come un vero personaggio, anche lui potente nelle parole, muove e agisce sul racconto; nel frattempo ognuno sembra quasi colloquiare e dialogare con le forze della natura. Allora nella discontinuità della narrazione il ritratto fisico è scagliato per «aggregazioni e accumulazioni progressive»19, secondo «l’arte del togliere per via di scarto e di scavo»20, quando il filo del racconto è spezzato da visioni liriche, poetiche ma anche anti-liriche a un tempo. Contestualmente il personaggio, in senso heideggeriano, è diviso tra scelta e non scelta, è gettato sullo sfondo con la sua fusione dei sensi, in dialogo col mondo per via di sinestesie sparse e brucianti. Così Franco Croce ha reso bene il concetto: perché c’è «una battuta, un gesto; e poi un’apertura paesistica. Talora verso il basso: una farfalla, un fiore. Più spesso verso l’esterno: il mare che riempie l’oriz-zonte, l’Estrel che si illumina verso la Fran-cia, il vento che scuote gli alberi. A volte, la notte, verso l’alto: le costellazioni con il loro esatto muoversi. Quindi un’altra battuta, 16un altro gesto. E di nuovo un’a-pertura paesistica».21
Nell’Europa sommersa da un’invasione multietnica come nel Vento largo di Varì, anche il marinaio Edoardo del postumo Il silenzio può avere «fame di terra». Anche se il mare «risarcisce e consola e pare cancelli, il veleno distillato da un mondo in agonia»27, anche se il mare è «varco» perché è lì, nel mare, che i morti possono forse riapparire.
La distinzione fondamentale teorizzata da Giorgio Bertone, è tra «confine» e «frontiera». Del resto la più importante frontiera, dipinta nel pathos di Francesco Biamonti secondo Italo Calvino, con la sua portata storica insuperata, sarebbe il mare Mediterraneo; che però non può certo essere via di fuga, non è salvezza per i clandestini poiché la terra è la medesima terra e gli ulivi, le pietre, le rovine sono sempre immancabilmente le stesse oltre ogni costa, e gli uomini pure. È il mare «antico» di Eugenio Montale, come Biamonti sapeva bene. È lo stesso mare di Albert Camus, reiterata lettura da temperie esistenzialista, anche se post-datata e rievocata in una vicenda editoriale tardiva. Il Mediterraneo è «l’abbacinante specchio d’acqua dirimpettaio, il contraltare laico della terra nascosta»28 dalla quale il Dio cristiano e gli dèi greci sono stati esclusi. Come la luce che costituisce confine simbolico tra luminosità della vita e opacità della morte, anche il Mediterraneo è confine e non propriamente frontiera (o è frontiera per immigrati che non arriveranno mai a nessun approdo, che non incontreranno mai i confinanti), perché anche navigarlo è un non navigarlo, perché anche la terra bagnata dalle sue acque è davvero sempre la stessa
«Biamonti rilegge in qualche modo le sedimentazioni semantiche del termine “confine”
– sottolinea Bertone – e le adopera compiutamente: il latino confinis, “chi confina con noi”, il “nostro confinante”, esaltava l’idea di proprietà, vicinanza a qualcuno, poi ha assunto in seguito il significato diverso e in un certo senso opposto di “distante da qualcuno”, “separato”, “diviso
da un limite”, una barriera. In Biamonti lo stare sui confini riassorbe le antiche e nuove valenze della parola accentuando però l’attenta osservazione, la vista privilegiata, alla lettera, dell’esistenza del discrimine e di tutte le sue valenze, cinestesiche, percettive ed esistenziali».29 ...

Francesco Biamonti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 
Francesco Biamonti (San Biagio della Cima , 3 marzo 1928 San Biagio della Cima , 17 ottobre 2001) è stato uno scrittore italiano .
// if (window.showTocToggle) { var tocShowText = "mostra"; var tocHideText = "nascondi"; showTocToggle(); } //
 
La vita
Francesco Biamonti trascorse alcuni periodi della sua giovinezza in Francia e in Spagna , svolse il mestiere di bibliotecario all'Aprosiana di Ventimiglia tra gli anni '50 e gli anni '60. Approdò alla narrativa per lento accumulo, in età adulta. Il suo romanzo L'angelo di Avrigue , primo della tetralogia stampata dalla casa editrice torinese Einaudi uscì nel 1983 , elogiato e presentato ai lettori da Italo Calvino . Biamonti fu legato da un'intensa amicizia al pittore Ennio Morlotti , al quale annuncerà nel 1981 il riscontro positivo ottenuto dall'editore e dallo stesso Calvino. All'amico pittore, Biamonti dedica inoltre alcuni saggi critici e diverse presentazioni, riflettendo in poche battute sugli esiti estetici del pensiero di Martin Heidegger , Albert Camus , Edmund Husserl o Maurice Merleau-Ponty . La leggenda letteraria, favorita dalle note del suo editore, lo considerava come un solitario e schivo coltivatore di mimose. Intervistato da Fulvio Panzeri per il quotidiano Avvenire , nel gennaio del 1998 Francesco Biamonti, chiarendo in poche battute alcuni aspetti fondamentali della sua poetica letteraria e della propria concezione della stessa letteratura, affermava:
« Il confine non è tra Italia e Francia: coinvolge tutto il Mediterraneo. Ci sono tre grandi personaggi nel Mediterraneo: il Golfo di Genova (Montale); il Golfo di Marsiglia (Valéry), e il Golfo di Orano (Camus) che hanno creato una civiltà letteraria legata alle cose, in cui le cose parlano al posto dell'uomo. I loro paesi diventano aspri e emblematici di una civiltà umana legata a una sorta di corrosione dell'esistenza, quella che provoca il salino. È una civiltà data dalla luce e dal sapere, dalla lucidità e dalla corrosione. »
( Francesco Biamonti, in F. Panzeri, Biamonti: inseguendo la luce , Avvenire , 22 gennaio 1998 , pp. 23-24 )
 
L'opera
Volumi
Saggi
Collegamenti esterni

LINGUE DI MARE, LINGUE DI TERRA, Ed. Mesogea
(a cura di) Costanza Ferrini
“ IL Mediterraneo è come l'orizzonte: più ci si avvicina ad esso e più esso sfugge…” in queste parole di Thierry Fabre è possibile cogliere tutta la complessità di un mondo, quello del Mediterraneo appunto, paesaggio di mare e di terre, teatro di storia e di “storie”, che la raffinata e ricca antologia curata da Costanza Ferrini tenta di raccontare. L'opera appare infatti come un ambizioso tentativo di cogliere attraverso il filtro della scrittura, poesia o racconto, aspetti diversi e talvolta contrastanti di un luogo-cartolina, spesso diventato luogo comune. Più che il Mediterraneo, culla delle civiltà, punto di incontro e di scambio , paesaggio di odori e suoni familiari, “mare nostrum”… emerge dalla raccolta uno scenario di conflitti,di scontri generazionali, di solitudine, di violenza , di denuncia; ma anche di profonda e fisica appartenenza : “Signore del mare…noi gli eternamente feriti/ gli eternamente lacerati/i traditi dagli amici/ fuori dalle nostre case /in balia del mare/ noi ti imploriamo.”, così si conclude “La canzone del Pentodattilo” del cipriota Philippou. “Io sono il mare impaziente…Le mie rive diventano le sue rive…” canta Vesna Parun, poetessa croata. “Quel mare mi ruba il sogno…”è un mare che unisce divide quello di Ali Podrimia, poeta albanese del Kossovo. E così via , per un percorso che va dai Balcani alla Spagna, dalla Corsica al deserto marocchino, dal mondo arabo a quello ebraico, si compone un vasto e vario mosaico, vivo, non cristallizzato da una tradizione millenaria; un coro di voci diverse, ma non dissonanti, sembra librarsi al di sopra di intolleranza e conflitti . Opera stimolante, che apre molti percorsi di ricerca ,“Lingue di mare , lingue di terra”, offre anche l'occasione di leggere per la prima volta in lingua italiana opere di scrittori altrimenti per noi linguisticamente irraggiungibili; un grazie quindi ai traduttori, alla curatrice, alla giovane casa editrice messinese Mesogea, che ci guidano in una ridefinizione dell'immaginario mediterraneo, profondamente segnato dai mutamenti geo-politici ed economici.
Rossana Pollicino
21 June 2008
Fractures et représentations de la Méditerranée.
Conversation avec Thierry Fabre, Maison des sciences de l'homme.
Conversation avec Thierry Fabre, écrivain, historien, chercheur auprès de la Maison méditerranéenne des sciences de l'homme de Marseille. Thierry Fabre est également rédacteur en chef de la revue « La pensée du Midi » et l'idéateur des rencontres d'Averroès à Marseille. Auteur de nombreux essais en France dont l'essai «Traversées» ou « Le noir et le bleu », en Italie il a publié par la maison d'édition Mesogea (http://www.mesogea.it)de Messine: « Rappresentare il Mediterraneo » et « Lo sguardo francese » en collaboration avec Jean Claude Izzo. Le dialogue a eu lieu à Messine et Marseille.
Antonio Torrenzano. La Méditerranée semble être un vaste ensemble insaisissable, un territoire incertain aux contours non certains. Une simple étendue maritime placée entre les terres ?
Thierry Fabre. Cette vision, purement géographique, prosaïque et désenchantée, est réductrice. Elle ne tient aucun compte de la force du mythe, de la présence de l'imaginaire, de la trace des contes et légendes, des récits fondateurs qui habitent toujours notre mémoire et qui orientent notre vision du monde. En un mot, elle oublie la culture. Les relations internationales tendent à marginaliser la dimension culturelle des relations culturelles, et c'est d'ailleurs ainsi qu'elle se trompe. Elle oublie en effet une dimension cardinale, celle des représentations. Imaginez-vous la politique de la France vis-à-vis de l'Algérie, ou de celle de l'Allemagne vis-à-vis d'Israël, pouvons-nous les définir en dehors des traumatismes du passé et du système de valeurs qui travaillent sur les imaginaires sociaux ? Ce serait irréaliste. L'action politique s'inscrit sur le terrain des réalités concrètes, matérielles, mais elle a autant une portée symbolique qui donne un sens à tel geste plutôt qu'à tel autre. En outre, le sens donné par un acteur à son geste peut être fort et différent du sens perçu par celui à qui il est destiné. Nous sommes là au cœur des relations culturelles internationales, avec ses ambiguïtés et ses incertitudes, ses libertés et ses contraintes.
Antonio Torrenzano.Qu'en est-il de la Méditerranée ?
Thierry Fabre. Elle est souvent présentée sous une forme tranchée et contradictoire. Elle apparaît soit comme le territoire de toutes les confrontations, soit comme un ensemble uni et rêvé où tous les peuples sont appelés à se retrouver dans un avenir commun. Cette vision contrastée est aussi simple que réductrice, aussi claire qu'inexacte. Une et multiple, la Méditerranée a une mémoire commune et fracturée, fissurée par tant de conflits à travers les siècles, ressoudée par tant de rencontres qui ont donné forme au monde méditerranéen. Il nous faut donc tenter de penser la Méditerranée dans la complexité et non selon une logique binaire: elle existe/elle n'existe pas . Il faut tenter de penser la Méditerranée à la fois comme monde frontière et comme monde passage, travaillé par des opacités et par des porosités, par des replis et par des ouvertures. Tentons donc de discerner les fractures qui se dessinent actuellement en Méditerranée, de comprendre l'histoire idéologique et culturelle de ses représentations, de son identité de frontière et d'apprendre enfin les possibles visages de son avenir. Les fractures qui s'annoncent en Méditerranée sont à la fois économiques, démographiques, stratégiques et culturelles. L'écarte du niveau de vie entre l'Union Européenne et les Pays tiers méditerranéens sont (il est vrai) considérables. Ils sont dans un rapport de 1 à 20 et les PIB de l'ensemble des Pays méditerranéens ne représentent que 5% de celui de l'Union européenne. Un écart énorme compte tenu de la proximité géographique entre ces pays. L'Euro-Méditerranée fait donc voisiner deux ensembles économiques aux réalités disproportionnées, séparés par une fracture de richesse qui ne va pas en s'amenuisant. Sur le plan démographique encore, la Méditerranée se caractérise par des déséquilibres démographiques grandissants. Au nord, des populations dont la croissance est stabilisée et qui sont plutôt vieillissantes, alors qu'au sud et à l'est de la Méditerranée la croissance reste forte et que l'immense majorité de la population est jeune. À l'horizon 2025, un net retournement démographique va s'opérer entre le nord et le sud. En effet, les pays du nord du bassin ne compteront plus que d'un tiers de l'ensemble des populations de la Méditerranée, alors que les pays du sud et de l'est rassembleront près des deux tiers de toute la population du bassin méditerranéen. Ainsi, le facteur humain est-il au cœur des relations euroméditerranéennes.
Antonio Torrenzano. La fracture est-elle devant à nous?
Thierry Fabre. En Méditerranée, les déséquilibres démographiques rendent le statu quo non seulement improbable, mais impossible. Depuis la chute du mur de Berlin en 1989 et la fin du communisme, on entend de plus en plus souvent parler de menaces du sud . Cette représentation stratégique est même devenue dominante dans les médias occidentaux. On peut pourtant légitimement s'interroger: qui menace qui ? Qui dispose de la capacité de projection de forces militaires ? Qui dispose de l'arme nucléaire, de la maîtrise des satellites et du pouvoir sur l'information, des capacités financières et de la puissance économique, de l'arme alimentaire ou de la puissance technologique ? Il existe certainement le terrorisme, cette arme du faible au fort, mais elle est inversement proportionnelle à la force de frappe du nord vers le sud. Au-delà de la multitude des foyers de conflit intraméditerranéens, qui ne sont pas encore prêts à se régler par des processus de paix ou d'autres tentatives de stabilisation, la principale fracture stratégique en Méditerranée est dans les têtes. Elle procède par l'imaginaire de la peur ou par le clash des civilisations selon la thèse du stratège américain Samuel Huntington qui oppose irréductiblement l'Islam à l'Occident et il fait ainsi disparaître la Méditerranée comme territoire de médiation entre l'Europe et le Monde arabe. Affrontement de civilisations ou partenariat euroméditerranéen ? Tout dépendra de la capacité des Méditerranéens de définir parmi eux des relations de confiance d'où il dépendra la mise en place d'un espace stratégique commun ou, en revanche, un territoire fracturé où il règnera l'insécurité.
Antonio Torrenzano.

 

 

 

presentazione libri
27 <<< pag.28 >>> 29
 

 

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
Assoc. Medica N.A.Di.R.
Tel. 347 0617840 -
Fax 051 3370212 - segreterianadir@medicanadir.it

 

About Us | Site Map | Privacy Policy | Contact Us | ©2003 Company Name