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Mille Papaveri Rossi ne "La buona novella"
NADiRinforma : il 3 settembre 2007 nell'ambito della rassegna "Bolognetti 2007" il gruppo musicale Mille Papaveri Rossi ha proposto lo spettacolo "La buona Novella", una lettura-concerto per quartetto e voce recitante ispirato all'omonimo album del Grande Fabrizio De Andrè, album del 1970 ispirato ai vangeli apocrifi. Storie ambientate ai tempi di Cristo così attuali da arrivare a proporre forti critiche al potere politico del nostro tempo. Un'attualità che sembra perpetuarsi nel tempo: la corruzione degli allora potenti della società giudaica pare la medesima corruzione dominante l'attuale classe politica, le parole e gli insegnamenti di Gesù tanto rivoluzionari ed irriverenti nei confronti del potere conservano la medesima spinta innovatrice che fu caratteristica del '68 ... lo stesso De Andrè nel 1999 ripropose lo spettacolo inducendo la possibilità di avviare una riflessione circa la moralità della nostra classe politica. Il tempo sembra essersi fermato e Mille Papapaveri Rossi nel rispetto del messaggio lanciato accoratamente e più volte da Fabrizio De Andrè ripropongono dopo quasi un decennio lo stesso tema ... tanto antico, quanto attuale.
Produzione: Arcoiris Bologna
Visita il sito: www.millepapaverirossi.it
Mille papaveri rossi è un progetto che nasce da un'idea di Elvio Rocchi, cantante della band, una sera dell'estate 2003, con un tributo a Fabrizio De Andrè. Questa prima data, in realtà, rappresenta solo l'ufficializzazione di qualcosa che esisteva già da tempo: la volontà di far sì che la musica e il pensiero del grande cantautore genovese non andasse perduta, in un'epoca in cui reality, gossip e qualunquismo rischiano di mettere a tacere ogni possibilità di analisi critica del mondo in cui viviamo...
...ma tornando alla musica...Mille papaveri rossi è un progetto acustico, pianoforte, violoncello e voce (Elvio Rocchi), chitarra acustica (Filippo Poderini), violino (Silvia Cervellera) gli strumenti che caratterizzano il sound della band.
Il repertorio di Fabrizio De Andrè viene riproposto in versione riarrangiata, ogni brano del grande cantautore viene proposto dai Mille papaveri come una reinterpretazione dello stesso e mai come la riproposizione dell'originale. Nei concerti, inoltre, la musica si affianca spesso alla lettura di testi di e su le opere e il pensiero del grande maestro genovese.
Da un paio d'anni a questa parte, inoltre, iniziano a far capolino durante i live i primi brani originali dei Mille papaveri...si tratta di canzoni di stampo prettamente cantautorale che, rifacendosi allo stile del grande Faber, trovano nel sound acustico, nel folk, nelle influenze della musica popolare la loro via d'espressione.
Dalla fondazione ad oggi, l'attività live ha portato i "Mille" a girare per tutta Italia, in oltre 80 date che hanno toccato soprattutto i teatri, le piazze e i locali del centro-nord, ma anche l'Abruzzo e Puglia.
Nel Dicembre 2005 presentano il loro primo progetto musical-teatrale: partecipano infatti con uno spettacolo di musica e testo, parti originali scritte da Elvio Rocchi, dal titolo " La buona novella ", ispirato all'omonimo lavoro di Fabrizio De Andrè, al festival SONARìA,(Crispiano - Ta); invitati dalla compagnia teatrale C.R.E.S.T (vincitori del premio Scenario 2005) lo stesso spettacolo verrà poi rappresentato, tra le altre occasioni, nel Giugno 2006 al festival "Saper leggere il libro del mondo" (Civitella Marittima - Grosseto) al fianco del cantautore Massimo Bubola .
Dal dicembre 2006 collabora coi Mille Paolo Mari già chitarrista del duo deandreiano degli "Ostinati e contrari". Da settembre 2007, inoltre, dalla classica formazione di trio, i Mille diventano quintetto grazie all'ingresso nella band di Sara Pick , bassista e cantante (direttrice del dipartimento di canto moderno alla "Music Academy" di Bologna) e del batterista Filippo Brandimarte (allievo di Bruno Farinelli, batterista di C.Cremonini, Elisa, A.Mingardi). >>>> vai al sito
 

L'aggettivo « apocrifo" in greco, significa segreto, nascosto. Sembra che stesse ad indicare, fino al IV secolo d.C., alcuni scritti che qualche setta cristiana metteva a disposizione solo degli iniziati, non ritenendo che gli scritti fossero di facile comprensione per le masse.
Quando la Chiesa cominciò a distinguere in « ispirata e no » la letteratura su Cristo escluse quei testi apocrifi dal codice « canonico ».
Per estensione vennero chiamati apocrifi tutti gli scritti esclusi dal codice, appartenessero o meno a quelle sette. Così apocrifo divenne sinonimo di « non veritiero ,, « falso ,, « non corretto ».
Ci sono vangeli, bibbia, atti e lettere, sentenze e apocalissi apocrifi.
I vangeli apocrifi, in genere, vengono datati tra il I e il IV secolo d.C.
Convenzionalmente portano il nome di apostoli o testimoni della vita di Cristo: Pietro, Nicodemo, Filippo, Giacomo, Tommaso, i quali parlano in prima persona o sono citati dal redattore dei testo come fonte dei racconto.
Gli apocrifi sembrano colmare il vuoto dei quattro canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) sull'infanzia di Maria, la storia di Giuseppe, l'infanzia di Gesù e la storia di Erode e Pilato. Ma la differenza più affascinante è l'attenzione che gli autori mettono anche sulla natura « comunque » umana dei foro protagonisti; costoro, e il popolo che vive con loro, sembrano semidei di vario grado immersi in una meravigliosa e a volte anche troppo fantastica leggenda, costretti a viverla come umili e martoriati esseri umani in balia di questa unica commedia umana.
Pur essendo fuori della Chiesa gli apocrifi hanno lasciato una traccia ben profonda: dalle più piccole e radicate tradizioni: la grotta, l'asino e il bue, i nomi dei Magi e dei genitori di Maria, fino alle basi sulle quali poggia il dogma dell'Assunzione e la definizione « Madre di Dio ». Queste e altre notizie hanno ricchezza di particolari e spesso unica citazione nei vangeli apocrifi. La loro storia è sotterranea. I « fedeli » cristiani non li conoscono, la Chiesa non li divulga, per secoli sono stati ignorati eppure Dante, Carpaccio, Tiziano, Michelangelo, Raffaello, Hugo, Buigakov devono averli letti se hanno raccontato o dipinto scene che solo gli apocrifi contengono.
Il lavoro di questo disco nasce da una ricerca sugli apocrifi e sull'animo umano che li ha informati; nasce dalla necessità di divulgare e *comunicare e dalla convinzione che l'argomento è lungi dall'essere superato: semmai, oggi, l'interesse si sposta, finalmente, dallo studioso alla gente, attraverso l'unico tramite ancora possibile, l'artista.
Fabrizio De André comincia il suo mestiere di autore con le canzoni di protesta, La guerra di Piero, La ballata dell'eroe (vai la pena di chiamarle di protesta visto che nove anni fa la protesta non era di moda) e con stupende canzoni d'amore, Bocca di rosa, Via dei Campo, Marinella.
La storia spesso fa da supporto, da pretesto per la polemica, per la satira, per l'umorismo su questo nostro « scostumato » mondo. Tra un verso e l'altro filtra l'ironia dell'uomo che ha bisogno di fede e fede non ha trovato. Il problema più che-religioso è mistico e, fattosi primo tra gli altri, comincia a cadenzare una sfiducia in tutto ciò che è mito ma non risolve, che è autorità ma non opera, che è volontà ma non vuole altri che se stessa. L'ironia, qualche volta, prende la piega acre dei sarcasmo, la sfiducia scende di classe, corrode anche gli oppressi fino alla passività che è suicidio e De André scrive Tutti morimmo a stento, cantata sulla morte ma anche per la morte, certa, sicura, e tanto più amara se i] vivere non è stato. Tutti morimmo a stento è un quieto dolore che finisce male, della rivolta non ci sono più neppure le radici, rimangono due invocazioni e un atto di accusa che sembrà una preghiera. Solo la morte ha ragioni per vivere: ha la coscienza di essere stata chiamata.
La buona novella è il grado più alto di questa illusione-disillusìone-sfiducìa. Ne è l'emblema, addirittura. Comincia con una favola, una leggenda: un « c'era una volta » che fa presagire lieto fine e felicità. Contiene l'identico carattere di anomalia delle favole: cominciano con momenti tristi e penosi, con angosce e fatiche, lo svolgimento rasenta il tragico, l'irreparabile, poi sfociano brutalmente (come quando arrivano i nostri) in un lieto fine liberatorio. Sono forse i timori, le paure dell'adolescenza che svaniscono nel l'accettazione, con la maturità, di affetti concreti, reali e semplici.
Il raro e lo straordìnario sono sempre di passaggio.
E De André segue questo itinerario: alla favola sembra crederci, la porta avanti come se dovesse concludersi con il lieto fine, termina persino il primo tempo con l'odore della felicità. E poi distrugge con forza e decisione tutto ciò che ha costruito e lo distrugge senza giustificazioni di destini o di predestinazioni: con la convinzione che l'ineluttabile morte deve accadere, comunque, anche per errore. Sembra allora che la costruzione della prima parte sia stata fatta apposta per essere abbattuta: più dolce, femmina e leggenda, per frustrare definitivamente con la realtà dura e maschile ogni capacità di speranza. Non importa che la storia dei vangeli gli fosse ovviamente nota. Alla sua storia « evangelica » manca il riferimento biblico « affinché si compisse quei che è stato predetto ». De André usa perciò della stessa meraviglia dei narratore originale, l'incredibile lo allarga, lo riempie di possibile, lo umanizza come fosse credibile, fino al tentativo di corruzione dell'ascoltatore perché gioisca con lui: questa volta ce l'abbiamo fatta, i fatti cambiano il mondo! E poi lo dileggia perché ha creduto, ancora una volta, alla favola illusoria.
Resta. a consolare, quell'amore dell'ultimo verso dei testamento di Tito: unico comandamento, ama il prossimo tuo, che comandamento non è. Parallelamente a questa sfiducia esistenziale (anche l'unico che poteva essere Dio è morto) c'è, ben chiara, quella propriamente politica. Ed è ancora la stessa strada della frustrazione.
Così una bambina, prima ancora di capire, prima ancora di volere, è già strumento della fede dei genitori e, naturalmente, dei potere che quella fede esercita. E viene allevata nel seno dei potere per servire-il potere. E proprio dalla vergine per vocazione (sterile, perciò) , nasce la rivolta. La gioia è breve, il potere riprende le redini in mano, la rivolta è soffocata, il potere uccide. L'altalena vichiana dei finale toglie, senza molte cortesie, e senza tanto favoleggiare, le illusioni a diciannove secoli di storia.
La storia finisce con la morte perché la morte è la fine della realtà. La resurrezione sarebbe ancora leggenda e ancora una volta toglierebbe forza alla possibilità di imitare quest'uomo che De André considera,il più importante rivoluzionario della storia.
Il legame con i vangeli apocrifi è allo stesso tempo profondo e tenue. Direi che De André li usa fin che gli sono utili, ne adopera alcuni strumenti, sono la fonte necessaria per un lavoro così complesso.
L'infanzia di Maria ha dei precisi riferimenti « storici » e così il viaggio di Giuseppe e l'annunciazione dell'angelo e la parte nota della passione ma al personaggio Giuseppe, per esempio, De André ha dato un'anima che negli apocrifi non ha. Gli autori di duemila anni fa lo dicono servitore di un'idea ma non dicono che cosa lui ne pensasse. E così i turbamenti di Maria, le parole delle tre madri, i gruppi della via crucis (che, come fonte è apocrifa e non esiste nei canonici) il sogno della concezione e soprattutto il testamento di Tito nascono dalla fantasia di De André per costruire una storia che termini, fisicamente e nel contenuto, con « lodate l'uomo ».
Dei versi di Fabrizio, ormai giunto alla maturità espressiva, c'è da segnare l'uso della metrica e della rima. Ne è divenuto così padrone da non perdere occasione per proporre un'immagine. E qui le immagini si rincorrono, si sovrappongono, si ammucchiano una contro l'altra dal primo verso all'ultimo.
Apparentemente senza fatica. E invece è stata fatica, di un anno di lavoro, molti giorni e molte serate e troppe notti.
Credo che con questo disco De André entri a far parte, volente o nolente, sia bene o sia male, del costume italiano.
i testi >>>
«Io mi dico è stato meglio lasciarci
che non esserci mai incontrati. »
Fabrizio De André
Fabrizio Cristiano De André (Genova-Pegli,  18 febbraio 1940 –  Milano, 11 gennaio 1999) è stato un cantautore italiano fra i più conosciuti e amati di sempre, sicuramente uno fra i più importanti. Nelle sue opere ha cantato prevalentemente storie di emarginati, ribelli e diseredati. Molti suoi testi sono considerati dei veri e propri componimenti poetici e, come tali, inseriti nella gran parte delle antologie scolastiche di letteratura. Per gli amici e gli ammiratori fu semplicemente Faber, nome che Paolo Villaggio coniò in assonanza con quello dei pastelli che il cantautore tanto amava.
Fabrizio De André ha pubblicato nei suoi quarant'anni di attività musicale una ventina di album; un numero relativamente contenuto, ma che non sorprende chi gli ha sempre riconosciuto una maggiore attenzione alla qualità rispetto alla quantità.
In suo ricordo è stato istituito un apposito premio - il Premio Fabrizio De André - che nel 2007 è stato assegnato ai fratelli Gian Piero e Gianfranco Reverberi .
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La ragione cristiana di De André
I testi del cantautore, che toccano spesso argomenti religiosi, sono comunque improntati ad una personale e disincantata filosofia cristiana e, a tratti, da una certa spiritualità; ne sono prova brani come " Spiritual ", " Si chiamava Gesù ", " Preghiera in Gennaio " e il concept album La buona novella .
Tuttavia, l'atteggiamento tenuto da Faber nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, è sovente sarcastico e fortemente critico nel contestarne i comportamenti contraddittori, come, ad esempio, nelle canzoni "Un blasfemo", "Il testamento di Tito", "La ballata del Michè".
Tale idiosincrasia per il clero fonda le sue radici, probabilmente, anche nell'infanzia di De André, durante la sua permanenza, alle medie inferiori, presso l'Istituto Arecco, una scuola gestita dai gesuiti e frequentata dai rampolli della "Genova-bene". Durante il primo anno fu vittima di un tentativo di molestia sessuale da parte di uno dei gesuiti dell'istituto; nonostante l'età, la reazione verso il "padre spirituale" fu pronta e, soprattutto, chiassosa e prolungata, tanto da indurre la direzione ad espellere il giovane De André, nel tentativo di placare lo scandalo. L'improvvido espediente, tuttavia, si rivelò vano poiché, a causa del provvedimento d'espulsione, dell'episodio venne a conoscenza anche il padre di Fabrizio, esponente della resistenza e vicesindaco di Genova, che informò il Provveditore agli Studi pretendendo un'immediata inchiesta che terminò con l'allontanamento dall'istituto scolastico del gesuita. >>>> segue Wikipedia

 

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