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Donne dell'altro mondo
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Serata in onore di Ingrid Betancourt nel giorno in cui le viene consegnata la cittadinanza onoraria della città di Bologna.

Guarda il filmatoAll'evento hanno partecipato diversi musicisti, giornalisti, attori come Marina Rei, Luca Barbarossa, Francesco Baccini e The Bugs i quali hanno reso omaggio a Ingrid Betancourt con un proprio (personale) tributo musicale. Era presente anche il Presidente nazionale di Amnesty International Paolo Pobbiati, l'attrice Margaret Collina e lo scrittore giornalista Guido Piccoli.
Evento artistico culturale organizzato dal comitato Con Ingrid Betancourt insieme a Human Rights Nights, il festival annuale dedicato ai diritti umani promosso da Comune di Bologna, Cineteca di Bologna, Università di Bologna.
Filmato realizzato con la collaborazione di Arcoiris TV Bologna.

 

 

Guarda il filmatoIntervento di Ingrid Betancourt
a Bologna
 
NADiRinforma propone l'intervento di Ingrid Betancourt in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria. Sala del Consiglio Comunale di Bologna, 16 dicembre 2008. Traduzione a cura di Leonardo Barcelo.
Vorrei potervi parlare in italiano ed è molto frustrante per me essere cittadina di Bologna e non potervi parlare in italiano, ma spero che in questo spagnolo che somiglia un po' all'italiano possiate capire le mie parole. Vorrei dirvi che sono davvero molto emozionata, perché ho ricevuto molte dimostrazioni di affetto in questi mesi, dalla mia liberazione, ma in poche occasioni ho sentito l'amicizia, l'affetto di molte persone trasformarsi in una realtà come questa e quando mi si dice che sono cittadina di Bologna, sento veramente di esserlo, mi sento cittadina di qua.
Mentre firmavo il libro di Bologna mi sono sorpresa nel vedere quante persone importanti lo hanno firmato e avevo la sensazione, come dire, di non meritare di firmarlo. Vi ringrazio dunque per la fiducia, l'amore e l'amicizia che mi avete dato (...*)

 

 
Guarda il filmatoIngrid Betancourt:
cittadina onoraria di Bologna
 
NADiRinforma: martedì 16 dicembre 2008 è stata conferita la cittadinanza onoraria a Ingrid Betancourt, proposta dalla Giunta Comunale con il supporto di più di 3000 firme apposte a tale riguardo dai cittadini bolognesi.
Ingrid Betancourt, oggi quarantasettenne, colombiana con forti legami con la Francia (paese nel quale si è formata culturalmente fino alla laurea in Scienze politiche), è nel suo paese un personaggio politico di grande rilievo. Lo è per le sue lotte contro la corruzione e il narcotraffico e in favore di tentativi di una soluzione negoziale del conflitto che insanguina la Colombia da molti anni. Ha fondato un partito politico (Partido Verde Oxìgeno), è stata eletta alla Camera dei Rappresentanti e poi al Senato, ha scritto un libro di memorie, tradotto in italiano con il titolo “Forse mi uccideranno domani”. Candidata alle elezioni presidenziali nel suo paese nel 2002 quando venne rapita dalla guerriglia colombiana che la tenne in ostaggio per 6 lunghi anni. La sua è la storia di una donna coraggiosa che ha coinvolto e commosso il mondo. Il Comune di Bologna, conferendole la cittadinanza, ha voluto dimostrare, attraverso la sua partecipazione al grande movimento di solidarietà internazionale che si è creato intorno alla Betamcourt, quanto sia pronto a riaffermare le tradizioni di solidarietà internazionale e di presenza nelle lotte per l'affermazione dei diritti umani e civili nel mondo: tradizioni che si ravvivano quest'anno nel ricordo del 60° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo

 

Guarda il filmatoNADiRinforma incontra Francesco Baccini
 
Nel corso della serata dedicata ad Ingrid Betancourt il cantautore Francesco Baccini, mostrandosi molto sensibile ai fatti del mondo in sintonia con i suoi testi e il suo modo di essere artista, ha partecipato al concerto onorando la Donna e il Coraggio e ciò che tutto questo rappresenta con la sua musica e con le sue parole, considerando l'evento un appuntamento con la storia.
Ci dice: “Nella vita devi comportarti in un certo modo, poi ... il vento gira, ma il problema è che noi siamo sempre contro vento”.
“Oggi essere artisti in Italia è una cosa difficilissima ... come diceva l'amico De Andrè: noi abbiamo imboccato una strada che è quella più difficile, devi stupire, devi prendere in contropiede, sei un rigorista, devi sempre buttare la palla dall'altra parte, se, per caso, la ributti nello stesso angolo te la parano, mentre c'è gente che continua a buttarla nello stesso angolo e ... fa sempre goal”
Parole cariche del desiderio di cambiamento volto a migliorare la qualità delle relazioni umane in onore alla salvaguardia dei diritti che dovrebbero sostenere ogni Comunità.
 
(...*) Intervento di Ingrid Betancourt
in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria.
Sala del consiglio del Comune di Bologna, 16 dicembre 2008
Vorrei potervi parlare in italiano ed è molto frustrante per me essere cittadina di Bologna e non potervi parlare in italiano, ma spero che in questo spagnolo che somiglia un po' all'italiano possiate capire le mie parole. Vorrei dirvi che sono davvero molto emozionata, perché ho ricevuto molte dimostrazioni di affetto in questi mesi, dalla mia liberazione, ma in poche occasioni ho sentito l'amicizia, l'affetto di molte persone trasformarsi in una realtà come questa e quando mi si dice che sono cittadina di Bologna, sento veramente di esserlo, mi sento cittadina di qua.
Mentre firmavo il libro di Bologna mi sono sorpresa nel vedere quante persone importanti lo hanno firmato e avevo la sensazione, come dire, di non meritare di firmarlo. Vi ringrazio dunque per la fiducia, l'amore e l'amicizia che mia avete dato. Vi prometto che farò tutto il possibile, per il resto della vita, per essere una cittadina degna di Bologna e per dimostrarvi, attraverso ogni azione che farò in futuro, che non vi siete sbagliati, che scegliendomi come membro della vostra comunità, come membro della vostra famiglia, avete scelto una persona che meritava la vostra fiducia. Vorrei dirvi molte cose, condividere con voi molti momenti, molte riflessioni, ma penso che per il momento, il ricordo che vorrei lasciarvi è quello di una persona che ha vissuto esperienze difficili, sì, ma che prima di tutto è stata una persona come voi, perché sono sicura che ciascuno di voi avrebbe reagito probabilmente come me in quei momenti di difficoltà. Io non sono stata più eroica degli altri, né migliore di loro, ma sapevo che un giorno mi sarei ritrovata a ripensare a tutti i momenti passati e mi dicevo “il giorno in cui sarò libera, voglio poter ripensare a ciò che ho vissuto e sentirmi tranquilla, sentire che nonostante io non abbia potuto fare di più, almeno posso guardarmi con serenità perché ho preservato la mia dignità.” È difficile dare una definizione di dignità, perché quando una persona è prigioniera e non ha la possibilità di decidere che cosa fare, quando una persona è obbligata a fare cose che non vuole fare, quando una persona è obbligata a chiedere continuamente autorizzazioni e permessi, quando è obbligata a vivere situazioni che la ripugnano, è difficile preservare questo spazio di dignità. Tuttavia, ritengo che la dignità si possa preservare in qualsiasi situazione, anche nei momenti di maggiore umiliazione e di maggiore vessazione, perché anche se non si gode della libertà, c'è sempre un piccolo spazio in cui una persona può scegliere chi vuole essere, chi vuole essere davanti alla violenza, chi vuole essere davanti alla crudeltà, chi vuole essere davanti all'umiliazione e questo piccolo spazio che lascia a ciascuno di noi la possibilità di definire “che cosa vogliamo essere” è quello che voglio condividere con voi oggi. Perché nel mondo esterno, nel mondo della libertà non ci rendiamo conto che possiamo sempre scegliere, abbiamo l'impressione di essere obbligati ad essere, di essere condizionati per mancanza di tempo, per mancanza di denaro, di essere condizionati dal nostro carattere, pensiamo di avere il diritto di arrabbiarci, di essere impazienti, di avere il diritto spesso di maltrattare le persone che amiamo, di non avere tempo per le persone che amiamo, perché tanto saranno sempre lì e allora “dopo, dopo, dopo mi prenderò cura di te”. Nella selva ho scoperto che nonostante le pressioni, nonostante lo stress, nonostante la mancanza di libertà, si può sempre scegliere chi vogliamo essere e ora che mi sento parte della vostra famiglia, che mi avete scelta come membro di questa comunità, vi chiedo di scegliere sempre il meglio di voi stessi, e il meglio di se stessi non significa avere sempre ragione, o imporsi sempre sugli altri, o cercare sempre di spuntarla, nel senso di cercare di imporre la propria volontà; spesso, dare il meglio di sé significa avere molta umiltà, saper stare zitti e non rispondere quando qualcuno ci offende, avere la capacità di aspettare il momento giusto per parlare e dire ciò che avremmo voluto dire, ma non era il momento giusto. Durante i discorsi introduttivi il signor sindaco ha detto che le comunità hanno bisogno di esempi. Io non sono un esempio per nessuno, ci sono molte cose di me che non mi piacciono e sto ancora cercando di migliorare. Tuttavia credo di poter condividere con voi ciò che ho passato. Credo che la vita di ciascuno di noi sia una scala da percorrere verso l'alto e ogni volta che dobbiamo salire un gradino è difficile e doloroso, ma non dimentichiamo che i dolori, i problemi sono sempre opportunità per salire un gradino più su. Dunque non abbiate paura di vivere, non abbiate paura delle difficoltà e nemmeno della morte. Siate liberi come la farfalla. Grazie.      Ingrid Betancourt  

 

 

Ingrid Betancourt finalmente libera.
La Betancourt candidata alla presidenza della Colombia venne rapita dai guerriglieri delle Farc il 23 febbraio 2002. L'operazione caratterizzata da un blitz delle forze militari colombiane che ha condotto alla sua liberazione ha determinato il rilascio di altri 14 ostaggi, tra cui tre statunitensi ed undici militari colombiani.
"Ringrazio Dio e i militari, la mia liberazione è un segnale di pace per la Colombia" sono state le parole piene di commozione pronunciate da Ingrid dinanzi alle telecamere. La notizia diffusa nella serata di mercoledì 2 luglio '08 è stata successivamente confermata dal governo colombiano.
I tre statunitensi sono già tornati in patria, con un aereo militare che li ha portati in Texas. Si tratta di Keith Stansell, Marc Gonsalves e Thomas Howes. I tre tecnici erano impegnati in Colombia per l'azienda di forniture militari Northrop Grumman.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ingrid Betancourt
Merci la France Sarkozy Chirac Villepin
 
 
 
 
 
 
 
 

L'APPELLO: Diamo il Nobel a Ingrid Betancourt
di Maurizio Chierici
Sono passati sei anni e cento giorni. Da cento giorni la testata dell'Unità propone ai lettori l'immagine del dolore di Ingrid Betancourt per ricordare il dramma di una donna sepolta nella foresta, violenza che non si rimargina. Impossibile nasconderla sotto altre notizie. Sei anni e cento giorni, e non è successo niente. I protagonisti della violenza usano il dolore come merce di scambio. E chi non vuole il suo ritorno alla vita rifiuta per non sgonfiare le vanità della politica. Ingrid dalla treccia sciolta, sguardo che lo sfinimento sembra rassegnare, è diventata simbolo non solo della sofferenza insensata, ma di un impegno civile che fa tremare chi non vuole restituirla alla vita: fantasmi dell'utopia armata, palazzi del potere. Nella lettera uscita dalla foresta, Ingrid fa capire di non essersi arresa. Da sola, fuori dal mondo, non ha rinunciato alla sua guerra di pace contro la guerra delle armi e la stupidità dei protagonisti della rivoluzione impossibile. Dall'angolo nella quale è rinchiusa la Betancourt rafforza l'impegno che sei anni fa l'ha spinta a rischiare la libertà nella speranza di ricondurre alla ragione i teologi dello scontro fino all'ultimo uomo. Nella società delle donne soldato, la Betancourt resta una donna che ascolta la gente. Ripropone l'impegno di migliaia di donne senza nome. Non chiedono la luna, pretendono la dignità di una esistenza normale per ogni essere umano. Ingrid non si rassegna nella prigionia feroce. Scrive con gli occhi dei carcerieri addosso. Eppure non intimidisce. Insiste nel pretendere una società dove il buon senso prevalga sulle furbizie dei notabili dell'economia e della politica; condanna l'oscurità medioevale di chi affida alle armi ideologie svanite. Due donne che le somigliano nel coraggio hanno vissuto e continuano a sopportare il dolore dell'esclusione: Aung San Suu Kyi e Rigoberta Menchu. Myanmar e Guatemala, comunismo dogmatico e capitalismo selvaggio.
Il filo che le unisce è l'arroganza militare. Quel Nobel per la Pace ha evitato a Aunga San e a Rigoberta emarginazioni più dolorose delle rinunce che continuano a sopportare. Ha permesso alla semplicità della loro voce di rianimare speranze che sembravano perdute. Così diverse e così vicine. Come Ingrid, anche Aung San è cresciuta in una famiglia importante. Il padre ucciso dopo avere negoziato l'indipendenza della Birmania dall'Inghilterra. Madre che anima l'eredità politica; ambasciatrice che le fa respirare la cultura dei grandi paesi. Aung San cresce in India affascinata dall'insegnamento di Gandhi, si laurea ad Oxford, lavora per le Nazioni Unite. Torna in Birmania quando il generale Saw Maung impone il regime militare che ancora soffoca il paese. Non si scoraggia: fonda la Lega Nazionale della Democrazia. La dittatura la teme e le toglie la libertà, ma nel 1990 la Lega di Aung San Suu Kyl vince a sorpresa le elezioni. Il suo esempio dà coraggio alla gente, ma i generali non riconoscono il voto. Ecco che il Nobel per la Pace accende i riflettori non solo sulla sua pacifica caparbietà: illumina la tragedia di un paese dimenticato. Gli attentati provano ad eliminarla, come è successo alla Butho. Sopravvive, torna agli arresti domiciliari. Si affaccia fra il filo spinato che circonda la casa; continua a proporre il buon senso della non violenza. Le violenze che la minacciano non ne hanno ammorbidito l'impegno. Nella contrapposizione Cina- Stati Uniti, Washington la protegge ma non riesce a liberarla. Il delirio dei generali che massacrano i bonzi resiste sotto l'ombrello di Pechino.
Rigoberta Menchu è una protagonista molto amata in America Latina ed Europa. L'orazione di Norberto Bobbio ha accompagnato la cittadinanza onoraria di Torino e di altre città italiane. E' una storia di banale crudeltà. Crudeltà dei militari guardiani del potere economico che sconvolgono la sua vita. Padre bruciato vivo, madre e fratelli torturati ed uccisi. Persone, non braccia e il latifondo non le sopportava. Vent'anni di governi più o meno in divisa hanno seminato 200 mila morti in Guatemala. L'esercito dei poveri contro l'esercito industriale nutrito dalle multinazionali. Rigoberta non sopporta la rassegnazione dei popoli indiani divisi da lingue ed incomprensioni che affondano nei secoli. Dà voce ai senza voce. Minacciata, scappa in Messico dove sopravvivono nel limbo affamato i rifugiati della paura, 120 mila indigeni in salvo dai 400 villaggi che i militari hanno bruciato. E' il 1981. Racconta la sua via Crucis e Elisabeth Burgos, sociologa argentina, moglie di Regis Debray. < Mi chiamo Rigoberta Menchu > diventa il libro che le apre la strada al Nobel. Danielle Mitterand e la Francia socialista prendono a cuore l'impegno di Rigoberta. Col Nobel che la protegge e la signora Mitterand che l'accompagna, torna a casa. Nessun giornale, nessuna Tv del Guatemala democratico ne annunciano l'arrivo. Ma al tam tam dei sentimenti non servono informazioni ufficiali. Milioni di persone l'aspettano nelle strade della capitale. Il pericolo continua. Viaggia con scorte armate. Il frazionamento dei venti popoli Maya esaspera le polemiche che biografie scritte e stampate nell'altra America avvelenano con racconti di ricchezze nascoste e di tradimenti nell'ombra. Invenzioni pagate dalle solite mani. Anche Rigoberta continua a pagare.
I giovani hanno ragione quando rinfacciano ai padri di essere sopravissuti agli anni del benessere. La mancanza di innocenza – per ambizione, disattenzione, pigrizia – insospettisce i rapporti col mondo nuovo che ci cresce attorno. Loro non capiscono, noi ne siamo intimiditi. La lettera scritta da Ingrid nella prigione verde riunisce le generazioni in un messaggio di speranza. Ricominciamo, niente è perduto. Non è la consolazione di una voce tranquilla, ma la voce di una donna che dovrebbe essere disperata. Come Aung San Sun Kyi e Rigoberta Menchu, Ingrid sopravvive nella terra di nessuno. Nessuno dei carcerieri prova a capire le sue verità. Ne sono spaventati. Anche le autorità che dovrebbero liberarla non sopportano gli esami di coscienza. Perché Ingrid non ha mai misurato le parole sul metro della convenienza personale. Sfidava la società politica quando era un giovane deputato. Si è impegnata nella difesa dei diritti civili appena è diventata il senatore più votato della Colombia. Non importa il pericolo. Attentati che la sfioravano ad ogni passo. Deve scappare in Francia per mettere al sicuro i ragazzi. Gli amici di Parigi cercano di trattenerla: donna giovane che vive il secondo matrimonio con l'entusiasmo di chi ha sempre voglia di ricominciare, perché buttarsi via ? Invece Ingrid torna nella sua America per fondare un partito: < Oxigeno >, aria pulita contro la corruzione. Vuole scuotere uomini e donne; non solo borghesia dei quartieri alti ma uomini e donne abbandonate nelle strade dall'emarginazione. Scrive un libro che esorcizza la paura < La rage au coeur >: Sonzogno lo traduce in Italia con un titolo quasi profetico: < Forse mi uccideranno domani >. Non sopporta che le Farc e ogni altra guerriglia coinvolgano persone innocenti: < Rapire è il delitto più vergognoso. Mai più un rapimento >, slogan che vuole recitare guardando in faccia Tiro Fijio e gli altri della guerriglia. E' diventato il ritornello dello spot girato in Francia e che sta girando il mondo. Ingrid arrabbiata ripete: adesso basta.
Sei anni d'attesa. Quelli che aspettano non smettono di sperare. Yolanda Pulecio, la madre, Astrid la sorella, il marito, l'ex marito, i ragazzi cresciuti mentre lei non c'è, bussano alle porte del potere; Tv e giornali. Il caso ( parola opaca ) coinvolge la politica internazionale un'estate fa quando Chavez si mette d'accordo con Uribe, presidente della Colombia. Ma appena la mediazione imbocca una strada promettente, Uribe rompe il patto con scuse ridicole. Riprova una commissione internazionale guidata da Kirchner, presidente argentino che ha passato la presidenza alla moglie. Per giorni ai margini della foresta aspettano un segno dalla guerriglia, pronti a correre e a rischiare. Ma capiscono che i padroni non gradiscono la loro presenza. Vengono liquidati con un discorso pubblico di Uribe: nessuna interferenza esterna nei problemi colombiani. Allora parte Sarkozy, Ingrid è anche francese. Quando l'aereo ambulanza arriva in un aeroporto colombiano, Reyes, mediatore Farc, viene ucciso in Ecuador da un attacco dei rangers di Bogotà: attraversano il confine dell'Ecuador aprendo una crisi tra i due paesi mentre il presidente oscilla tra le parole di pace e l'invio di nuovi reparti per risolvere militarmente il sequestro di Ingrid ed ogni sequestro. La madre, la sorella, figli e marito non smettono di cercare aiuto, soprattutto fra la gente. Benedetto XVI ha ricevuto Yolanda Pulecio. La Roma di Veltroni consacra Ingrid cittadina onoraria. Tre mila firme e Conferrati replica l'onore a Bologna. Racconti, ore Tv, tanta commozione ma non basta.
Un giornalista può solo ricordare come il premio Nobel abbia salvato le vite ad Aung San e a Rigoberta, ma anche a Perez d'Esquivel, architetto argentino che i militari torturavano. Il Nobel è un faro acceso sugli occhi di tutti: nessuno può fingere di non vedere. Il Nobel potrebbe liberare Ingrid Betancourt per permetterle di ricostruire il progetto di pace che le armi e l'isolamento vogliono impedire. Ma il cammino del Nobel osserva regole da rispettare. Per entrare nello specchio di candidata inconsapevole, almeno cinque protagonisti del Nobel devono sottoscrivere la proposta da presentare a chi decide. Rigoberta è libera e può farlo; chissà se i militari di Rangoon permetteranno a Aung San di appoggiare con due righe la liberazione della Betancourt. Rita Levi Montalcini è un'altra donna che ha sofferto il dolore dell' esilio e l'angoscia di una vita sospesa ai passi sconosciuti che si avvicinavano alla sua porta. Ossessione delle legge sulla razza nell' Italia nera dei ragazzi di Salò. Ha fondato nel '98 la sezione italiana della Green Cross International, Ong riconosciuta dalle Nazioni Unite e presieduta da Gorbaciov, altro Nobel. Un giornalista non è autorizzato a mettere in fila i nomi di chi può aiutare la Betancourt: da Dario Fo a Garcia Marquez, ammirazione ed amicizie che le Farc hanno allontanato. Ma un testimone non può ripetere per anni lo stesso richiamo: attenzione, la stiamo perdendo. Parole immobili se lettori e protagonisti dei nostri giorni non le raccolgono.
Maurizio Chierici
mchierici2@libero.it

Cortesia dell' Unità

 


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