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Breve racconto di un piccolo cortiletto interno

- Ah, ma questa non si può curare?- rimproverò distrattamente Silvia, la mia compagna di camera, mentre continuava a far schioccare a mezz'aria i suoi fogli sempre troppo pieni di calcoli, formule evidenziate in arancione e pensieri evasi allo studio e appena accennati da parole apparentemente sconnesse. - E' tutto l'inverno che tossisce e stamattina non ha smesso un secondo! - borbottò ancora tra sè e sè, ma forse anche un po' con me, la bionda Silvia da dietro i suoi occhiali, a quell'ora scesi fino a metà naso, in piedi, davanti ad una scrivania perennemente in bilico su cavalletti sempre storti. - Secondo me è una forma di tic nervoso, come mia zia - sentenziò infine.

Ma chi? Cosa? Dove? pensai gettando la borsa dei libri tra i gatti di polvere sparsi sul pavimento, appena rientrata nella penombra di quella camera ad altezza smog, un pò troppo umida ed elettrica per i miei sbalzi meteoropatici, ma centalissima. - Eh?- mi uscì d'un tratto dalle labbra, giusto quell'attimo prima di chiedermi se quel suo parlare distratto volesse realmente sfociare in una vera e propria conversazione...quando si è immersi nello studio, a pochi giorni dall'esame, uno non sa mai se può permettersi il lusso di intavolare un discorso fuori programma. Ad ogni modo, l'abbronzata Silvia proseguì. - La tipa che abita di sopra....non l'hai mai sentita tossire?- L'avevo sentita? Boh? Forse, distrattamente. Il fatto è che durante quell'inveno avevo trascorso così poco tempo nel nostro nuovo appartamento che avevo appena imparato a riconoscere i suoni che mi circondavano. Il tintinnio del rubinetto dell'acqua fredda della cucina, il cambiamento di ritmo dei passi via via più affannati di chi risaliva dalla taverna, gli schiammazzi metallici del falso pubblico di Fifa 2000, versione Play Station e poco altro. Ora però aveva iniziato a fare caldo, uno di quei caldi improvvisi di città, e i miei impegni fuori casa si erano fatti più dilatati, sparpagliati, quasi a non volersi toccare l'un con l'altro per l'imbarazzo di ritrovarsi tutti sudati.

Col caldo, anche la finestra delle nostra camera aveva indossato la sua tenuta estiva, modello "sempre aperta"...la nostra grande finestra dalla tenda azzurra cielo, quel cielo che da laggiù, dal piano terra di quel palazzo pregno di storia di città, riusciva a scorgere tra i rami e le ampie foglie dell'alta palma, orgoglio del piccolo cortiletto interno, solo quando con la protesa in avanti e occhi puntati in su, decidevo di volerlo vedere, l'altro cielo dimentica... In queste nuove circostanze mi bastarono pochi giorni di studio da dietro la mia scrivania, proprio sotto quella finestra sempre aperta sul piccolo cortiletto interno, per imparare a riconoscere i suoni dei mondi nascosti dietro tutte quelle finestre. C'era Shila, la gattona di una coppietta di studenti innamoratissimi all'epoca. Ho scoperto che è facile riconoscere il periodo di simbiosi tra due persone dai soli suoni emessi, non tanto per l'abuso di nomignoli e vezzeggiativi, quanto per quel particolare timbro di voce a metà tra il "potresti anche insultarmi, tanto continuerei a guardarti con gli stessi occhi sognanti" e il "amo tutto il mondo che ci circonda"...chissà dove tornavano il fine settimana lui, lei e Sheila? C'era il chitarrista incompreso che in una domenica di pioggia, quando la creatività, al riparo dalle gocce che picchiettano sulle foglie della palma, esprime il meglio di sè, si sentì borbottere contro un acido. "Ma chi è che produce questo suono?"..secondo me era proprio bravo! Ricordo i brividi provati nella penombra di in un tardo pomeriggio di maggio quando si improvvisò Lenny Kravitz....è bello quando qualcuno da dietro una finestra qualunque ti suona, in quel preciso istante, proprio quella musica che ti fa venire la pelle d'oca e gli occhi anche un po' lucidi, quella musica a cui tu stessa non avevi pensato...dopo non puoi che volergli un pò di bene, da dietro la tua finestra, al tuo chitarrista mascherato. C'erano gli inglesi insediati dietro qualche persiana....non ho più sentito nessuno cantare l'inno nazionale italiana di calcio, dalla prima all'ultima parola, come facevano loro prima di ogni partita dell'Italia durante quegli Europei di inizio estate 2000...forse il segreto stava nelle pozioni magiche che sentivo stappare in gra quantità prima del fischio d'inizio.

C'era... e c'era la "tosse", ma era davvero "nervosa" come quella della zia di Silvia? Non ricordo la prima volta che la sentii, ricordo invece la prima volta che la diagnosticai. Da quel momento non mi diede più tregua, iniziò a perseguitarmi a qualsiasi ora del giorno e della notte e anzichè volerle bene, come alla coppia di innamorati, come al chitarrista incompreso, la odiai. Stavo preparando l'esame di francese, ricordo, e mi atteggiavo anche un po' in certi discorsoni letterari che mi uscivano dalla bocca in una lingua diversa da quella delle persone che mi circondavano. Faceva caldo, ricordo, saranno state le 10, 10 e 30 del mattino. Nonostante la presta ora, nella mia stanza galleggiavano lente, dense scie di fumo azzurrognolo e fu proprio durante uno di quegli studi improvvisi paralleli allo studio, quella sorta di scappatoie che si spalancano tra gli oggetti scontati della realtà e che assorbono la mente e il corpo seduto per degli attimi senza tempo non appena gli occhi si sollevano dai libri, fu proprio mentre studiavo il modo in cui il fumo sputato con una certa pressione dalla mia bocca amara confondeva le idee a quelle stanche fasce azzurrognole adagiatesi al soffitto, che l'ennesimo colpo di tosse, di una finestra non ben identificata, mi narrò la sua storia.

Non c'era il sudore asciugatosi alle folate di vento, ancora un po' troppo fresco, dopo una corsa sul prato con gli amici, dietro quel colpo di tosse.

Non c'era neanche un vestito elegante ma troppo leggero per una serata in spiaggia sotto le stelle. E non c'era nemmeno il tuffo nella fontana per la vittoria dello scudetto della Fortitudo, in quel tossire cadenzato....o forse si? Forse c'era tutto questo, di sicuro tutto questo non bastava, come un tempo, ancora così vivo nel presente, no era bastato a me. Ricordo di aver provato un certo disgusto sotto il rumore di quel tossire esploso da qualche parte sopra e dentro la mia testa, un disgusto conosciuto, molto più amaro della nicotina e molto più dolciastro di un budino al cioccolato scaduto. Dopo essere stata chiamata in causa, dovevo dare un volto a quella tosse, o, almeno, individuare la finestra dietro cui quella tosse gridava. Ricordo di essermi messa sulle tracce di quel rumore come un segugio dietro alla preda per cui è stato addestrato per lungo tempo. Provai a scrutare dietro ogni persiana socchiusa, dietro ogni tenda tirata, provai ad immaginare l'architettura degli appartamenti che mi circondavano, ma niente, non un segno di riconoscimento, non un altro colpo di tosse, solo afa estiva di città e finestre. Tutto come se nulla fosse successo. Attesi ancora un po' con il naso all'insù, poi riportai i miei occhi sopra la letteratura francese un lasciata aperta sulla scrivania, mentre l'orecchio attendeva impaziente sul davanzale della grande finestra, certo di un altro colpo di tosse.

E' strano il modo in cui il disgusto, a volte, ci attragga; è un po' come quando ci si trova sul limite di un precipizio, fa paura il vuoto che c'è là sotto, per noi che siamo abituati a camminare sulla terra ferma, non certo per i gabbiani, eppure con quanto sforzo vogliamo arrivare fin lassù per guardare quello stesso vuoto che ci fa paura! A poco a poco la tragedia di Racine tornò ad impossessarsi di tutta la mia attenzione. Soffrii con Phèdre per il suo amore nefasto verso il figlio di suo marito; ripensai,sicuramente, al dramma del mio amore finito...mi trovavo, ai tempi, in quella delicata fase: "Ma non mi avevano assicurato che ogni dolore con il tempo si sopporta?"...era più di un anno e mezzo che aspettavo che il tempo medicamentoso trascorresse!

E le mie orecchie tornarono a tossire. Ore 11 e 43. "Stronza!", risposi tra i pensieri a quel dialogo a distanza. Trattenni il respiro pur di captare ogni minimo segnale, ogni minimo indizio che mi permesse di rivivere il mio disgusto, il mio odio. Iniziai, allora, ad immaginare una sagoma, i suoi colori, un corpo, il volto, gli occhi, le mani, gli odori, i movimenti, gli stati d'animo, ma niente. Nessuna immagine si modellava meglio, attorno a quel colpo di tosse, della mia. Erano miei i riccioli che cadevano opachi su quel viso pallido, erano mie le mani stanche, miei gli occhi rossi di lacrime... Poi sentii tirare il sipario, quello scroscio d'acqua che dovrebbe cancellare la superficie di ogni schizzo di prova per nascondere laggiù, dove l'occhio umano non arriva, forse per decenza, forse per paura; laggiù, nel regno a cui si accede solo dal buco del cesso grazie a quello scroscio d'acqua circolare che dovrebbe metterci un punto(.), quando dentro non vedi altro che puntini di sospensione (...), quando dentro sai già che tornerai a soffocare l'urlo dell'ennesimo colpo di tosse, preludio all'ennesima vomitata. -Ah... ma questa volta non si può curare?-

Barbara Bocchini

 

 

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