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DONNE A META'

A.Rita Pierantozzi


“Avevo 18 anni quando un ginecologo mi ha detto che avevo subito un'infibulazione. Mi è sembrato di precipitare in un burrone, era come se mi avessero violentato senza che me ne accorgessi. Sono caduta in una profonda depressione e mi sono rifiutata di avere rapporti di qualsiasi tipo con i ragazzi. Provavo una grande vergogna, mi sentivo sminuita, diversa dalle altre.”

Chi parla è Aisha, 28 anni.

Originaria del Mali, è però cresciuta nella civilissima Francia e non in uno sperduto villaggio del suo paese d'origine.

Figlia di un immigrato di religione musulmana e di una francese cattolica, Aisha, cittadina francese ed educata in scuole francesi, donna dalla mentalità “occidentale” a tutti gli effetti, quando aveva 8 anni, in occasione del suo battesimo musulmano, il padre, all'insaputa della mamma, la porta in Africa per sottoporla alla tradizionale pratica dell'infibulazione.

Sua madre, venuta a conoscenza della cosa, gliela tace.

Aisha vive i suoi primi rapporti sessuali con dolore, considerandola come una cosa “normale”, forse, dice fra se e se, a causa di una qualche malattia o malformazione. Sua madre continua a tacere.

Aisha si reca da un ginecologo in compagnia di un'amica e la scoperta la getta in uno stato di depressione e prostrazione.

Una grande rabbia la porta a rifiutare tutto della sua infanzia, arriva a desiderare di cambiare nome, per eliminare quello che le era stato imposto il giorno del suo battesimo.

Il giorno nel quale la sua femminilità fu negata, escissa, tagliata, in nome di una tradizione che ha molto a che vedere con le regole di appartenenza ai clan tribali di quasi tutta l'Africa e qualche luogo dell'Asia.

165 milioni di donne ogni anno sono sottoposte ad un qualche tipo di mutilazione sessuale e il rito, che segna il passaggio dall'infanzia all'età adulta e fertile, non è un dettame della religione islamica.

Se non è facile ricostruire l'origine delle mutilazioni sessuali data la varietà delle loro forme e la diffusione in una zona molto ampia del continente africano, non mancano però le ipotesi che cercano di accreditarne una determinata filiazione.

Secondo alcune, l'escissione risale all'antico Egitto, ma la si ritrova anche a Roma dove era praticata sulle schiave e appare legata ad aspetti patrimoniali del corpo femminile. Sempre a Roma troviamo l'infibulazione un termine di origine latina, solo che inizialmente designava un'operazione esclusivamente maschile.

Si trattava di una specie di spilla (“fibula”) che veniva applicata ai giovani per impedire loro di avere rapporti sessuali.

Ma il centro della diffusione dell'infibulazione femminile sembra sia stato l'Egitto faraonico come attesterebbe la denominazione di “circoncisione faraonica”.

Comunque allo stato attuale l'origine della mutilazione dei genitali femminili sembra sia destinata a restare indeterminata.

L'unica cosa certa è che non è stato l'Islam a introdurre in Africa tali pratiche che erano già presenti in loco assai prima della sua diffusione.

Si tratta infatti di usanze indigene profondamente radicate nelle società locali e preesistenti alla penetrazione dell'Islam nell'Africa subsahariana e centro-orientale iniziata a partire dal 1050, dopo essersi assestato nei secoli precedenti nell'Africa mediterranea e avervi praticamente cancellato la presenza delle antiche chiese cristiane.

L'attribuzione che spesso viene fatta all'Islam dell'origine delle mutilazioni genitali femminili in Africa è probabilmente dovuta alla facilità con cui si è saputo adattare al tessuto tradizionale conformandosi al modo di vita locale.

Questa “africanizzazione dell'Islam” che si è espressa tra l'altro anche nell'adozione del nome locale di Dio per la traduzione del nome di Allah, ha reso la religione islamica più tollerante verso infibulazioni varie che invece sono state più contrastate da parte cristiana, venutasi spesso a trovare in aperto conflitto con le culture locali.

Il caso più clamoroso resta la ribellione nei confronti dei missionari che avevano proibito di fare l'escissione delle donne kikuyu in Kenya nel 1929.

Questo diverso atteggiamento della religione islamica e di quella cristiana si riflette anche nella percentuale di donne sottoposte alla mutilazione dei genitali nei due contesti.

Le cifre parlano chiaro: mentre in area cristiana dove predomina la clitoridectomia le percentuali oscillano tra il 20 e il 50%, in area islamica e in particolare nel Corno d'Africa dove l'infibulazione è di rigore, si toccano punte che vanno dall'80 al 100%.

Con il tempo l'identificazione dell'Islam con la tradizione indigena non ha fatto che rafforzarsi a tal punto che è stato il maggior responsabile della loro diffusione al di fuori dell'Africa, esportandole tra l'altro in Indonesia e in Malesia.

Pur non essendo stata l'origine di tali pratiche nel continente africano, la religione islamica le ha di fatto legittimate, le ha difese e le ha giustificate contribuendo così a perpetuarle e a diffonderle anziché combatterle come hanno cercato di fare le chiese cristiane.

Secondo la classificazione fatta dall'OMS si possono distinguere 4 tipi principali di mutilazioni.

Il primo tipo consiste nel recidere il prepuzio o nella asportazione parziale o totale della clitoride. “Sunna” è il nome tradizionalmente usato per designare questo tipo di mutilazione.

Il secondo tipo o escissione consiste nel recidere il prepuzio e nell'asportazione, oltre che della clitoride, di parte o di tutte le piccole labbra.

Il terzo tipo o infibulazione o circoncisione faraonica è la forma di intervento più cruenta e consiste nell'escissione della clitoride e nell'asportazione delle piccole labbra e, soprattutto in passato (ma in area rurale ancora oggi) dell'asportazione parziale o totale delle grandi labbra e nella successiva cucitura dell'apertura vaginale ridotta a un piccolo pertugio non più grande di un chicco di riso o di miglio per

Permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale.

Esiste poi un quarto tipo che include tutta una serie di procedure che vanno dal trafiggere o punzecchiare lievemente la clitoride in modo da farne uscire alcune gocce di sangue a tutta un'ampia casistica di manipolazioni che variano molto da un'etnia a un'altra: allungamento della clitoride o delle labbra, cauterizzazione della clitoride, taglio della vagina, introduzione in vagina di sostanze corrosive per restringerla o renderla asciutta.

Sono tutti interventi che, nella maggioranza dei casi, vengono effettuati senza anestesia da praticanti tradizionali e comportano un alto tasso di mortalità, di complicazioni sanitarie e di disturbi psicologici.

Le conseguenze di queste pratiche sulla salute delle donne sono sia immediate che a lungo termine.

La gravità e la durata delle conseguenze dipendono dall'estensione del taglio, dall'abilità di colui che l'ha praticato, dal tipo di strumenti utilizzati, dall'ambiente e dalle condizioni fisiche generali della bambina o della donna.

Gli effetti fisici collaterali sono meglio conosciuti degli effetti sulla salute mentale o sessuale.

Fra gli effetti a breve termine ci sono: dolore, danneggiamenti dei tessuti adiacenti, forte perdita di sangue (emorragie che possono anche condurre alla morte), shock, grave ritenzione delle urine, fratture o slogature (quando una bambina che si divincola viene tenuta ferma), infezioni (che

Dipendono dalla pulizia degli strumenti, dalle sostanze applicate sulle ferite, dai lacci utilizzati sulle gambe o sulle superfici tagliate o dalla mancata cicatrizzazione.

Le complicazioni a lungo termine possono comprendere la difficoltà di passaggio delle urine, infezioni ricorrenti dell'apparato urinario, infezioni pelviche, sterilità provocata dalle infezioni profonde, cicatrici, difficoltà nelle mestruazioni, fistole (perforazioni o tunnel fra la vagina e la vescica o il retto), rapporti sessuali dolorosi, disfunzioni sessuali e problemi durante la gravidanza e il parto (con la necessità di incidere la vagina per consentire il passaggio, che comporta un trauma a cui spesso va ad aggiungersi quello della ricucitura).

Questa tremenda violazione dei diritti umani di donne e ragazze si fonda sulla convinzione che la sessualità femminile vada controllata e che la verginità delle giovani vada preservata fino al matrimonio.

In alcune culture gli uomini sposano ragazze circoncise perché le considerano “impure”, cioè sessualmente depravate.

La pratica delle mutilazioni genitali ha radici profonde: una ricerca condotta in Sudan ha dimostrato che circa il 90% delle donne erano state sottoposte all'intervento e quasi ¾ di loro avevano subito l'infibulazione.

Allo stesso modo quasi il 90% delle donne prese in esame aveva sottoposto le proprie figlie alla mutilazione o aveva in programma di farlo.

Solo poco più di1/5 di loro aveva subito un intervento meno invasivo (del primo tipo).

Le donne istruite evitano più facilmente di sottoporre le proprie figlie a queste pratiche. Anche il livello di istruzione dei mariti influisce sul

comportamento delle mogli, ma sicuramente è il livello di istruzione delle donne il fattore più determinante.

Affinchè gli sforzi per eliminare tali pratiche abbiano successo è necessario procedere con grande sensibilità perché le convinzioni culturali hanno una forte tenuta, tanto da sopravvivere, trapiantate anche nei paesi europei e delle americhe del nord.

In Francia, ogni anno vengono mutilate 30.000 ragazzine tra gli 8 e i 12 anni, nonostante una legge del 1983 renda passibile di Corte d'Assise chiunque pratichi un simile intervento.

In Italia l'infibulazione e qualsiasi altro tipo di mutilazione genitale sono proibite per legge ma la connivenza di medici compiacenti rende possibile nei nostri ospedali praticarle, anche se è quasi impossibile stabilirne il numero.

Quando i genitori si trovano impossibilitati a trovare qualcuno che si presti a tale tipo di sopraffazione, viene abilmente organizzato un viaggio nel paese di origine durante il quale si pratica l'intervento, così come è capitato ad Aisha, che ha dovuto affrontare, come migliaia di altre ragazze musulmane cresciute in paesi occidentali, lo scontro tra la sua origine e la possibilità di crescere come donna padrona del proprio corpo in un ambiente che le permette di essere sessualmente attiva tanto quanto le sue coetanee.

Aisha ha però avuto una fortuna nella sua vita.

Sua madre, vittima per tutta la vita di un grosso senso di colpa ed i cerca di un riscatto, scopre che in Francia e, più precisamente nella clinica Louis XIV di Saint-Germain-en-Laye, esiste un medico che ha messo appunto un intervento rivoluzionario che permette alle donne di recuperare la loro integrità fisica ed il piacere sessuale.

Questo signore a nome Pierre Foldès è stato un giovane chirurgo urologo che curava i malati terminali di Calcutta accanto a Madre Teresa, poi è passato a Médecins du Monde prima versione ed ha attraversato l'Africa, L'Afghanistan ed il sud est asiatico. Nel 1980 l'OMS comincia a preoccuparsi per l'elevato tasso di mortalità delle donne africane al momento del parto.

Pierre Foldès parte in missione per il Senegal, il Mali, il Niger, l'Eritrea e l'Etiopia, si rende conto che una delle principali cause di questi drammi è l'infibulazione che sclerotizza e distrugge l'elasticità degli organi genitali.

Il disinteresse degli esperti del settore verso questo enorme problema lo spinge a mettere a punto una soluzione per la profondissima ferita fisica e morale causata dalle mutilazioni.

 

 

Si rende conto che bisogna partire da zero ma che era fattibile: il procedimento era piuttosto semplice. Il clitoride, contrariamente a quanto si pensa, è molto lungo, il coltello che pratica l'escissione taglia la parte esterna: il glande. Ma dietro, in modo nascosto, l'organo si separa in due piccoli cilindri lunghi circa 10 cm, un corpo che può essere utilizzato per riformare il glande.

Il chirurgo pratica un'incisione per scoprire l'organo interno, poi toglie i tessuti necrotizzati attorno alla cicatrice e taglia i legamenti che fissano le due parti del clitoride all'osso del pube. A questo punto può portare in avanti e riunirle per ricostruire una protuberanza esterna dalle terminazioni nervose ancora intatte. Poi ricuce i legamenti e chiude.

La ferita si cicatrizza perfettamente e si riesce persino a provare piacere fisico durante i rapporti sessuali. Dal primo intervento su una donna volontaria del Burkina Faso molte altre donne si sono fatte avanti e si facevano operare di nascosto dal dottor Foldès. Nonostante la discrezione la notizia è comunque trapelata e ha suscitato violente reazioni da parte di chi pratica ancora l'infibulazione. Tanto che queste donne e l'intera equipe medica hanno ricevuto minacce chiare e dirette. Ma il dottor Foldès continua a compiere ricerche e occuparsi delle mutilazioni sessuali femminili.

La rivendicazione femminile è sì sessuale ed estetica ma da parte di donne consapevoli di avere diritto ad un corpo integro in ogni sua parte è anche simbolica: porta a “recuperare” una parte di sé negata dall'ambiente familiare e dalla tradizione religiosa e tribale.

Il dottor Foldès consolida la sua tecnica. Potrebbe operare anche ambulatorialmente, con anestesia locale, ma le pazienti preferiscono l'anestesia generale, che evita loro il dolore provato durante l'infibulazione. I risultati sono sempre più che positivi. In vent'anni, Foldès ha operato una sessantina di donne, tutte gratuitamente, perché non è solo un medico, ma anche un militante. A 51 anni sta per pubblicare il protocollo di questo tipo di intervento, perché anche altri, dopo di lui, possano eseguirlo.

A.Rita Pierantozzi

Illustrazioni:

“Non siamo cannibali” – F.Gero – N.A.647 – EMI - Nigrizia

 

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