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Preoccupazione e sperimentazione: dal “Tg” alla mia esistenza.

Nicoletta Serra

Qualche lettore potrebbe disporre il suo tempo e la propria mente all'argomento cui il titolo si appella: la preoccupazione . Qualche altro lettore, pre-occupato, potrebbe frettolosamente voltare pagina alla vista di tale riflessione.

Allora è bene che il lettore si calmi, resetti le sue idee a proposito e mi ascolti; forse trarrà maggiori vantaggi.

Quello che mi appresto a scrivere, infatti, non chiama direttamente sotto accusa la preoccupazione; tuttavia è la prima cosa cui ho pensato, al concetto di preoccupazione, intendo, stendendo altre riflessioni.

Accendo il televisore, cerco il “Tg” Lo cerco e subito lo allontano. La potenza, l'unilateralità, la drammaticità, quel carattere apocalittico dell'informazione mi spaventa. Attenzione non parlo della notizia in sé per sé, ma del modo con cui si rifà ai miei occhi. Sì, decisamente, ho la tentazione di cambiare canale. Poi osservo che la mia capacità critica è stata rasa al suolo. Mi stacco allora dal reale, alla ricerca della mia perduta criticità.

La ritrovo, ammaliata dagli incanti di profonde riflessioni, nella calma di pensieri sereni, in un sano filosofeggiare, come direbbe mia madre.

Cos'è la vita? Quante vite, o meglio possibilità ci sono date è per diventare felici? Quante prove prima della bella copia?

Qui dico infinite, ma si tenga conto che ogni prova non è ché il nostro vivere, il nostro tempo. Ogni nostro modo d'essere, ogni nostro istante nell'orologio del tempo vale una vita e forse anche di più. La nostra unicità prende le forme del nostro vivere e ogni esperienza, anche quella più sofferta, è la nostra tela, la manifestazione di noi stessi. Questa consapevolezza ci nobilita, offrendoci per le nostre successive sperimentazioni, ogni volta, la possibilità di dar voce ad un disegno, il nostro.

Ecco, finalmente sono giunta alla parola che mi premeva per andar nel vivo del mio pensiero: sperimentazione.

Ripercorro il mio gomitolo di lana e vi racconto, a partire dalla fine, quello che è principio.

Sperimentazione.

La sperimentazione non può mai essere una sola; in pratica non c'è una senza due, almeno. Un solo tentativo, infatti, non ha senso se non è seguito da un secondo, che lo neghi o lo confermi. Fermarsi ad un solo lancio, alla prima parola detta, chiudere il sipario al solo primo tempo e immaginare il finale dando pregiudizi; e scrive

Paolo ai Romani: “ mentre giudichi gli altri condanni te stesso perché fai ciò che abitualmente condanni ”. Non chiamerò più di tanto in causa Paolo lasciando, invece, che questa provocazione doni ad ognuno, spazio per salvare se stesso.

Questo ci azzecca: lasciare a sé una seconda possibilità. Aprire le braccia a nuove, maggiori prospettive e interpretazioni, fa apprezzare buoni risultati.

Il segreto sta nel considerare le esperienze come parti di se stessi e non, al contrario, funzioni di sé, staccabili e appartenenti a schemi generali; è bene, cioè, non confondere il tutto con le parti senza che il complesso comunichi semplicemente con se stesso. Tutte queste considerazioni, che d'acchito, appaiono così astratte, irreali, vuote, euristiche, sono sottese da una vera e propria certezza alla Cartesio: l' io può tante cose, proprio perché è un'unica cosa, perché esiste e rimane.

Esserci, rimanere, sempre e comunque, vivo, grande.

Ecco che, allora, ha un senso sperimentare senza paura; essere senza paura di essere. La paura di sbagliare, di non raggiungere il responso, il prodotto, la perfezione. Quella paura non fa poi così paura. Chi ci dice che uno più uno faccia due? E se anche così fosse quel due è la semplice somma o è qualcosa di più? Se conoscessimo le mille angolature dei nostri pensieri, delle nostre forme, le cose che ora sto dicendo potrebbero sembrare ovvie, ma forse è meglio che queste intuizioni vengano assaporate da chi solo si ferma a leggere.

Sperimentare. Sperimentare l'alternativa.

Un'alternativa non è che una possibilità d'essere, giusta o sbagliata che sia. Non è che un vestito riposto tra gli scaffali del negozio del tempo..

Va bene l'alternativa, va bene la sperimentazione, ma a monte, a quale supporto fare affidamento? La disponibilità ad aprire le proprie visioni, ad assumere la prospettiva del falco. Questo volo libero, che svincola da ogni preoccupazione.

La sperimentazione richiede tempo: il tempo per fermarsi, per riflettere, per organizzarsi, per agire, e, agendo, il tempo per osservarsi, per vedersi cambiare.

L'osservazione è parte integrante della sperimentazione e necessita di tempo.

Si è accennato a come la sperimentazione sia una vittoria sulla preoccupazione, se chiaramente sostenuta dalla convinzione di “rimanere sempre e comunque”; eppure può accedere, seguendo, la mia riflessione, che la preoccupazione risponda e attenti l'altro combattente, la sperimentazione appunto. La preoccupazione trionfa se si sottrae alla sperimentazione il suo tempo e si corre per lo spasimo “della riuscita al primo colpo”. Sconvolgendo i termini del discorso si potrebbe anche dire che la preoccupazione incombe se si toglie all'essere il suo tempo, se si fa di un modo d'essere un'identità.

insieme si può cambiare  insieme si combatte ogni pauraSembrano discorsi così astratti, eppure vincolano le nostre relazioni, noi, le nostre “fissazioni”, e ci fanno cadere in cattivi pregiudizi che condannano noi stessi o gli altri. E' questo il punto: il nostro tempo è così preoccupato di quello che pensiamo di sapere con certezza che non diamo spazio alla nostra curiosità e ingenuità di esprimersi dando vita a noi diversi. L'egoismo di tenere l'occhio fermo su di sé, su come dover essere, su come dover fare troppe volte ci fa dimenticare che non necessariamente bisogna sapere, ma che abbiamo facoltà per imparare. Non voglio che il lettore pensi che io lo stia incitando a schizzare fuor di senno e a sconvolgere la sua persona, valori e credo connessi. Intendo comunicare con tutte le mie forze che bisogna tendere una mano alla vita e lasciare che le circostanze ci parlino perché si possa rispondere a tono e con la propria voce.

Immaginate ora di essere per strada. Dall'altro lato osservate un barbone un po' ubriaco, appoggiato al muro che tiene tra le mani un cappello con il ricavato di una giornata d'elemosina. Un rumore fastidioso vi costringe a distrarvi e a voltare il capo. Non appena il rumore finisce, voi vi tornate a girare ed ecco che il barbone di prima e un distinto signore sono arruffati e se la stando dando di santa ragione.

Che pensate?

Probabilmente che il barbone abbia molestato in un certo qual modo il signore?!

Potrebbe essere.

E se fosse, invece, che il signore ben distinto e profumato, infastidito dal barbone maleodorante lo avesse spinto violentemente e quest'ultimo avesse risposto per difendersi?

L'esempio non convince i più scettici?

Immaginiamo, allora, di essere in una camera d'ospedale. Due ricoverati, un inglese e un africano. La moglie dell'inglese, in visita, è seduta ben composta acconto al letto del marito; parla sottovoce e gli accarezza la mano. Accanto a lei in piedi, la figlia del malato che è pure silenziosa e composta. Entrano nella stanza i parenti dell'africano, la moglie e i cinque figli, salutano calorosamente il padre, lo baciano, lo festeggiano, ridono insieme, scherzano. La “lady” è indignata, come si può in un ospedale, non rispettare il silenzio e la sofferenza altrui. La “lady” non sarebbe così indignata, si spera, se sapesse che la tradizione africana vuole che sia necessario ridere, divertire il malato per farlo guarire e riportarlo al mondo dei sani (per quanto mi pare di ricordare la tradizione dovrebbe recitare più o meno così)

Ecco dimostrato che sperimentazione significa anche tolleranza per sé e per gli altri.

 

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