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"Indaco, prugna e carminio"
di Chiara Giovannini

Prologo

“Sulla morte non c‟è niente da sapere.
Di fatto qualsiasi cosa possiamo dire o pensare resta
Sempre al di qua, cioè: appartiene ancora alla vita”.
Jankélevitch, 1995

La morte è una cosa misteriosa.
La prima vera sensazione che Anna provò fu violenta curiosità verso il futuro immediato, il futuro del giorno dopo.
Cercò di non farsi inondare da quel dolore così pulsante da sembrare un corpo vivo, ma di modularlo, quel dolore, per vivere la sensazione finale di punto e a capo propria di ogni cosa che termina per iniziarne una nuova.
Da quel momento Anna avrebbe avuto bisogno di tempo, molto tempo.
Prima che la morte dei suoi genitori smettesse di sporcarle la vita.

Capitolo 1
Dietro al paravento bianco.
“Lei dice di non aver smesso mai di sperare; di non avergli mai voltato le spalle.
Era come se lo sentisse sempre al suo fianco.
Aveva imparato a fidarsi di lui.
Senza una ragione al mondo, o forse proprio per questo: si stava convincendo che la fiducia e l‟amore sono tali perché nascono e crescono a dispetto della ragione”.
P. McGrath, Follia.
Il laboratorio di suo padre era il luogo più affascinante che Anna avesse mai visto. Alambicchi, imbuti, colatoi e distillatori arredavano gli scaffali., Tutto, mite e intonato, giocherellava con l'indaco delle pareti Un laboratorio che tanto ricordava quello di Josè Arcadio Buendia in Cent‟anni di solitudine.
Un angolo ospitava mortai, essiccatori, fermentatori alti un metro e mezzo che di poco non toccavano i finestroni graticolati sparsi qua e là, dai quali filtrava furtiva la luce.
I muri erano quasi interamente coperti da fotografie incorniciate: petali di piante di diverse forme e dimensioni, stampe di radici e fiori colorati.
Il laboratorio si espandeva su due piani, ma tutto il piano rialzato era adibito a ufficio.
Un ufficio che altro non era che un tavolo in legno, con sopra un fax macchiato di vernice, un telefono e una serie di cartine tornasole sparse qua e là. Poco distante dalla porta dell'ufficio, come fiori su un pavimento, sbocciavano ingombranti sacchi di iuta dai quali si intravedevano radici dai nomi improbabili. Un lungo stuzzicadenti per spiedini, conficcato al centro di ogni sacco, sosteneva un pezzo di legno con sopra scritto il nome delle piante: Isatis tintoria,una pianta a forma di rosetta dalla quale veniva estratto l‟indaco, Rubia tinctorum, più semplicemente robbia, una pianta erbacea perenne, flessibile e tenace, Prunus, dalla quale veniva estratto il colore prugna. Roba da far perdere la pazienza anche al più accanito dei latinisti.
Quello era il posto dove suo padre nascondeva gli arcobaleni.
“Guarda”, le disse una domenica pomeriggio “sto sperimentando una tecnica per distillare le piante e ricavarne il pigmento colorato”.
Le mostrò un‟ enorme tinozza piena di liquido blu. Anna avvicinò il viso a quello specchio di luce indaco. Tirò su col naso per sentirne l‟odore, invadente e legnoso. Non aveva mai visto un colore così brillante.
“Vorrei vendere i colori a qualche ditta di giocattoli”, la scrutò attento suo padre
“cosa ne pensi?”.
“Penso che sia una gran bella idea, pa‟”.
Non era troppo soddisfatta della risposta che aveva dato a suo padre, e non era sicura di aver capito troppo bene il suo progetto.
Lo guardò mentre si allontanava da lei con la tinozza tra le mani, grandi, sporche di colore, e dirigersi verso i grandi macchinari al di là del laboratorio.
“Chissà”, riprese suo padre da lontano “che da ora in poi un bambino non riesca a colorare un albero con i suoi veri colori”.
La voce del padre era parzialmente soffocata dall‟eco del laboratorio.
Prese a spostare verso il lavandino un pesante distillatore pieno di polvere colorata e liquido trasparente. Gettò dentro l‟ampolla l'acquaragia, la agitò vigorosamente e riversò il contenuto nel lavandino.
Ne uscì una soluzione dall‟odore acre e di un rosso carminio slavato misto a schegge di un bel verde brillante, schegge di arcobaleno che evidentemente dovevano lasciare spazio ad altre “Bleah!”, suo padre fece una smorfia, “l‟odore dell‟acquaragia mi ammazza”.
Anna continuava a fissarlo come ipnotizzata. Gli sorrise avvicinandosi.
“Veramente”, continuò il padre ricambiando timidamente il sorriso “credo che anche gli adulti farebbero bene a ricominciare a disegnarli, gli alberi, piuttosto che tagliarli per farci delle stronzate di mobili, che dici?!” Le strizzò l‟occhio gettandole addosso qualche goccia di quell‟acqua colorata.
“Ma quanto sei profondo! Dai, scemo!”, gli urlò cercando di non farsi bagnare.
Fu in quei giorni che Anna, senza saperlo, imparò ad acchiappare in provetta i colori della vita di suo padre.
Ora, invece, a distanza di quasi cinque anni, quel pomeriggio le sembrava come una scatola di vetri rotti. Abbassò il finestrino.
Qualcosa di opaco simile alla nebbia si stava depositando sulla sua vita e sulla sua automobile. Modena sembrava un plastico, le persone ai lati delle strade come marionette senza fili. Dalla radio arrivava una musica incapace di intonarsi a quegli istanti, a quel rendiconto con la vita a cui era stata chiamata, come lo stridere di un artiglio su una lavagna. Mise fuori la mano nuda: la neve.
Pensò a quanto Dio in certi giorni potesse essere lontano.
Svoltò a sinistra in fondo al viale. Sembrava un‟estranea nella sua città, la mente che vagava . Tanto da costringerla a seguire le indicazioni stradali per l‟ospedale e da lì per il reparto.
Per un secondo pensò di telefonare a un numero qualunque della sua rubrica.
Non ne ebbe la forza, però. La confusione, il freddo, la neve le raggelavano qualunque pensiero e costringendola a un'attenzione quasi ossessiva per gli snodi stradali e gli incroci.
Fino a quel momento era stata una di quelle giornate mediocri senza disperazione, una di quelle giornate semplici nelle quali la vita si lascia semplicemente corteggiare. Si guardò riflessa nello specchietto retrovisore dell‟auto, e per un istante ebbe paura di non riconoscersi; ebbe persino il tempo di constatare quanto quelle occhiaie le scurissero il viso, solare, le dicevano in tanti, spesso sorridente.
Si fece una lunga lista di promesse: truccarsi di più, vestirsi un po' meglio, andare a letto prima la sera. Trovò quel gioco un buon modo per distrarsi, per annullare i pensieri e spegnersi.
Anna sembrò estraniarsi per un tempo infinito e, quasi senza accorgersene, arrivò in ospedale.
Scese dall‟auto avvolgendo la lunga sciarpa di lana intorno al collo e allacciando il cappotto fino all‟ultimo bottone. Strinse la cintura di panno nera e prese a camminare verso l‟ingresso.
Entrò spingendo il pesante portone di acciaio gelato. Aveva le mani intirizzite nonostante i guanti, i lati delle labbra screpolate da piccoli tagli superficiali che le facevano male ogni volta che li sfiorava con la lingua.
Attese qualche minuto prima di incontrare un medico che la accompagnasse nella stanza di suo padre. Lungo il corridoio il medico restò in silenzio. Anna si riservò di fare domande in un secondo tempo.
Il medico si fermò davanti all‟ultima porta in acciaio, la guardò discreto e disse:
“Si prenda tutto il tempo che le serve. Non c‟è fretta”.
Anna entrò mentre il medico chiudeva la porta alle sue spalle..
……
Eccolo lì disteso.
Quante cose avevano ancora da raccontarsi e non se le sarebbero dette mai.
Eccolo lì disteso.
Davvero non si muoveva più.
Hai uno splendido sguardo, pensò Anna.
“Pa‟?”, sussurrò, ma la sua voce echeggiava profonda dentro la stanza.
Lui non rispose.
Non avrebbe mai creduto che stato potesse essere così difficile stare davanti a suo padre.
Se ne stava seduta senza trovare in alcun modo l‟inizio di un discorso. Andandosene in quel modo, suo padre aveva lasciato moltissime cose incompiute e aveva finito per lasciare incompiuta anche lei.
Imparava a memoria i dettagli di quel volto che era stato di fronte al suo tutta la vita, fino alla sera prima, cosciente che quella sarebbe stata l‟ultima volta.
“Avresti dovuto avvisarmi almeno”, disse piano Anna, “lasciarmi un appunto sulla scrivania…addio, non ritornerò”.
Le lacrime iniziavano a rigarle il viso incontrando la rugosità della pelle indurita dal freddo. La infastidiva quella sensazione di liquido caldo. Si sfilò un guanto e si asciugò le gote con il palmo della mano.
Pensò a quanto fosse stata totale per lei la presenza di quel volto, e a quanto sarebbe stata estrema la sua assenza.
Non si sentì in grado di toccarlo fino a quando un infermiere le venne a domandare qualcosa di lui.
“Occorre che lei firmi questo foglio, signorina”, le disse.
Anna alzò gli occhi e prese a guardarlo. Era un ragazzo giovane, della sua età, dall‟aria inesperta. Parlava con un filo di voce.
“Che cos‟è?”
“Serve per il riconoscimento legale. E‟ morto senza documenti, qualcuno deve riconoscerlo. E‟ suo padre?”
Anna annuì.
“Si nota”, le sorrise lui timido.
“Vi assomigliate molto”.
Anna firmò il foglio con le mani che tremavano, imbarazzata per quell‟intimità che si era venuta a creare in un momento così doloroso.
“Questo è tutto quello che hanno trovato nelle sue tasche al momento del decesso”. Le porse una borsina di plastica bianca.
“Grazie”, sussurrò Anna.
L‟infermiere uscì dalla stanza e lei rimase ancora una volta sola, con suo padre.
Prese a sfiorargli la mano, fredda, e il viso quasi sorridente. La infastidiva quell‟odore acre di disinfettante che pervadeva tutta la stanza. Neanche un colore intorno a loro, loro che insieme avevano imparato a scomporre gli arcobaleni.
Si chinò sulla sua fronte, gli diede un bacio ma provò una sensazione spiacevole, quasi di paura davanti a quel viso di marmo. Si ritrasse rapidamente.
Gli strinse la mano, ma anche a quel contatto non seppe resistere per lungo tempo.
Suo padre non aveva mai amato l‟eccessivo contatto fisico: carezze e baci erano elementi accessori per lui, poco importanti. >>>>
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
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