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L'Aquila: Quale informazione dopo l'emergenza ?
 
NADiRinforma propone il convegno “Quale informazione dopo l'emergenza ?” inserito nelle quattro giornate (22-25 ottobre '09) “Con Minimondi Piovono Libri a L'Aquila”. Il Centro per il Libro del MiBAC e l'Associazione Minimondi di Parma ritornano a L'Aquila, insieme a molte organizzazioni locali, per dar vita a laboratori, spettacoli, letture per i più piccoli, incontri e dibattiti con scrittori e giornalisti dedicati agli adulti. Quattro giornate significative per continuare un dialogo con i cittadini aquilani, anche dopo la prima emergenza: un ponte di solidarietà in cui il libro e la promozione alla lettura diventano motivo di socializzazione e rinascita in un territorio così duramente colpito.
Interventi di: Marco Fratoddi, Raffaele Palumbo, Marino Sinibaldi, Bianca Stancanelli. Coordina Marina Marinucci.
Prima del dibattito è stato proiettato il documentario realizzato da un gruppo di ragazzi aquilani:“Riprendiamoci” >>> segue
Visita il sito: www.minimondi.com

 
 
  
L'Aquila e i cittadini si domandano:
“e ora che faremo?
 
NADiRinforma: gli aquilani intervengono circa la condizione che stanno vivendo dopo la tragedia che li ha colpiti e che ha distrutto la loro bella città. Domande, risposte, considerazioni, dubbi ... “e ora che faremo”?
Guarda la conferenza: “L'Aquila: Quale informazione dopo l'emergenza ?” >>> segue

 

 
Guarda il filmatoL'Aquila
... 8 mesi dopo
 
NADiRinforma incontra i cittadini de l'Aquila dopo 8 mesi dal terribile terremoto del 6 aprile 2009, evento che ha sconvolto le loro vite.
Racconti, emozioni, paure e speranze, immagini "rubate" al fine di comprendere forse ciò che solo vivendolo si può essere in grado di fare. C'è poco da capire: la Natura ha rivendicato un suo "diritto"; quali, invece, le responsabilità, nel caso ve ne fossero, di coloro che ... consapevolmente ? inconsapevolmente ? hanno costruito quelle case che al sussultare della terra si sono ripiegate come castelli di sabbia ?
E la consegna delle nuove case ... quelle del post-terremoto ?
I cittadini abruzzesi si pongono mille e più mille domande, anche se sono consapevoli che difficilmente otterranno risposte... Noi abbiamo solo ascoltato in silenzio ... ci siamo guardati intorno e abbiamo capito che, per quanti sforzi facessimo, non avremmo mai compreso sino in fondo
Ringraziamo i Vigili del Fuoco che con pazienza ed accoglienza ci hanno permesso, accompagnandoci, di mettere piede nella cosiddetta "zona rossa" de l'Aquila.

 

 

Sotto le tende dell'Aquila – 1
18-08-2009
di Annalisa Strada
Qualche giorno in campeggio
Quest'estate un po' di campeggio l'ho fatto anch'io: ho fatto un campeggio di comodo a L'Aquila. Dico di comodo perché della vita al campo mi sono presa le parti meno disagevoli:  per la notte mi hanno alloggiata in uno dei pochi alberghi disponibili nei paraggi della città.
L'occasione che mi ha portato a conoscerne alcuni è stata un'edizione speciale di “Minimondi”, il festival di letteratura e illustrazione per ragazzi.
A L'Aquila i campi sono molti e ciascuno è un microcosmo che può essere anche sensibilmente diverso dagli altri. Sono stata ospite, per incontrare i bambini e i ragazzi, a Piazza d'Armi, Fossa, Pagliare di Sassa, e ho avuto modo di passare da Centicolella.
Le caratteristiche generali. Certamente, le tendopoli sono state il rifugio che si potesse fornire nel minor tempo, e tutti coloro con cui ho parlato hanno unanimemente reso merito alla rapidità degli interventi. Ciò non toglie che la vita al campo è defatigante, straniante e alienante.
La tenda è una casa sostitutiva a condivisione forzata: la si divide con la famiglia (ad avercene una, ovviamente), ma i posti che avanzano sono destinati ad altri occupanti, a volte conosciuti e a volte sconosciuti.
La notte. Dormire in tenda significa condividere le abitudini notturne in un'unica ristretta camerata, in cui sono ospiti aggiuntivi anche gli agenti atmosferici: difficile tenere fuori il freddo, l'umidità, il caldo.
I piccoli dettagli personali diventano rilevanti. I piedi fetidi, il russare, la necessità di raggiungere spesso il bagno non sono più i piccoli segreti domestici (gli angoli che già solo nella vita familiare bisogna darsi da fare per smussare), ma colpevoli abitudini che ricadono sui compagni di sonno o di insonnia. Anche il fatto di rigirarsi spesso nel letto può diventare un casus belli quando le settimane di comunione dei sonni diventano troppe.
Di intimità familiare è molto difficile parlare: anzi, non se ne parla proprio, che è già difficile anche stando zitti.
Ovviamente, oltre alle persone nella tenda sono raccolti anche gli effetti personali di tutti gli occupanti (gli abiti, gli strumenti di lavoro, i giocattoli per i bambini… tutto quello di cui non si può fare a meno nell'arco della giornata). Dove li mettono? Dove possono e dove capita, tra scatoloni, cassettiere regalate e ingegnose trovate.
Il risveglio. I bagni chimici sono in comune, come i lavandini e le docce. Scordatevi di chiudervi in bagno a leggere il giornale (per altro, l'edicola non c'è); di cantare sotto la doccia o di fare rumorosi gargarismi. Scordatevi proprio di essere rumorosi: non tutti di prima mattina apprezzano la vivacità in eccesso, anche se siete piccoli.
Ah, conviene anche che non facciate tardi, perché la colazione si serve fino alle nove nel grande tendone comune (poi c'è da pulire tutto, il pranzo da preparare e la gente è tanta).
Vi siete persi la colazione? Di bar – ovviamente – non c'è traccia (se non dove hanno provveduto i volontari o qualche attendato con spirito d'iniziativa) e al massimo potrete ripiegare sui distributori automatici.
Se siete fortunati e avete ancora un lavoro (e siete davvero fortunati, ma per questo leggete oltre), dopo la colazione potete lasciare il campo.
Diversamente, organizzatevi per passare il tempo in assenza dei normali luoghi di aggregazione che scandiscono gli spazi e i ritmi di un centro abitato. Potete starvene nella vostra tenda a condividere lo spazio ristretto con gli altri occupanti oppure restate nella grande tenda comune dove la tv è una sola, il giornale non arriva, i volontari organizzano le attività della giornata e gente di ogni altra età scorrazza.
Vi sembra che ci sia qualcosa di allettante in questa prospettiva? Forse sì, se avete qualcosa cui pensare di diverso dalla devastazione piombata sulla vostra esistenza.
Nei giorni della mia permanenza arrivavamo poco dopo le 9 del mattino. Erano giornate caldissime (inusuali per la zona) e abbastanza umide. Nei campi che ho avuto modo di visitare l'ombra naturale non esiste: la vegetazione è circoscritta e ridotta. Un po' di ristoro viene dall'ombra artificiale delle reticelle antigrandine tirate sopra le tende, ma sotto le tende l'aria è immobile, amplificata dal tessuto scuro o dalla plastificazione dei tessuti più chiari.
Forse anche per questo gli adulti in giro erano pochi: esclusi la protezione civile, l'esercito o i volontari, restavano le mamme che seguivano le mosse dei bambini più piccoli, qualche anziano e dei ragazzi appostati a fianco dei cespugli. Per il resto, il deserto silenzioso.
Si mangia . Tra le 12.30 e le 13 e tra le 19 e le 20.30, a seconda dei campi, sono serviti i pasti. Il vitto è appetibile, soprattutto se siete in un campo dotato di cucina, altrimenti i pasti vi arrivano confezionati in confezioni di alluminio trasportati in contenitori termici.
Dato onore ai cuochi, resta il fatto che anche se pure avete la fortuna di poter scegliere tra due primi e due secondi (perché avete la cucina) dovete adeguarvi a quel che c'è e mangiarlo insieme a tutti gli altri. Lo stufato di vostra madre, l'egregio arrosto della suocera, il sugo alle melanzane che era il vostro cavallo di battaglia con gli amici… quelli dovranno aspettare!
Fare la coda con il vassoio in mano non è faticoso, salvo non siate piccoli o anziani, in questo caso sperate che qualcuno abbia voglia di darvi una mano almeno una volta ogni tanto. E, in generale, auguratevi di non prendere i giorni troppo caldi che sono toccati a me, ma nemmeno quelli piovosi che ci sono stati prima.
In una tenda c'era una madre che imboccava una ragazza handicappata adulta, e ho pensato che non deve essere facile per loro e per chi vive come loro, mangiare così.
Se il disagio non vi sembra granché, provate a sbucciare la mela per una settimana con il coltello di plastica: la nostalgia di casa arriva prepotente, insieme a un netto calo della pazienza.
Se poi siete abituati a pensare la cena come momenti di confidenze in famiglia, adeguatevi al fatto che le tavolate sono lunghe, la voce va tenuta alta per farsi sentire e la pazienza va coltivata per momenti peggiori.
Se rimandate le riflessioni a più tardi perché pensate di raccogliere le confidenze di moglie/marito/genitori/figli la sera, ricordatevi che difficilmente dormirete da soli.
Se avevate l'abitudine della tisana digestiva o della camomilla notturna… a quest'ora dovreste aver già imparto a farne a meno. E non fatevi venire il mal di pancia!
Se poi siete di quelli che fanno la pipi tre volte per notte, vi conviene dormire con le scarpe, così uscite più in fretta e magari arrivate in tempo al bagno (comune) più vicino.
Se… qualsiasi “se” vi venga in mente, pensatelo tradotto senza tetto sulla testa.
Al lavoro . Si parlava, sopra, di lavoro. Un dipendente pubblico ha senza dubbio disagi gravi per il trasloco veloce degli uffici, per il caos degli archivi, per l'incertezza della sede operativa (penso agli insegnanti), ma sono tutto sommato più sicuri di avere un futuro.
Provate però a immaginare di essere un dentista e di aver avuto la casa e lo studio in centro: mica male, eh? Ok, ma arriva il terremoto e in un solo colpo perdete la casa e il lavoro. I vostri clienti, quelli le cui lastre erano nei vostri archivi, sono sparpagliati un po' sulla costa, un po' nelle tende, un po' nelle case di vacanza o ospiti di amici chissà dove. In questo momento, stanno pensando ad altro che a curarsi un molare o a sbiancarsi gli incisivi. Ma se anche ci stessero pensando, non potreste comunque aiutarli: poltrona e trapano sono sotto le macerie.
Come si fa a ripartire?
Questa domanda se la pongono un po' tutti quelli che gestivano una libera professione legata alla creazione di una clientela localizzata o un'attività commerciale o un'impresa.
Come fare?
Sì, lo ammetto, anche a me verrebbe il mal di stomaco.
Uscire in macchina. L'Aquila è una città distrutta e con essa lo è la sua viabilità. I tragitti periferici, gli unici agibili, sono quelli su cui si riversa il traffico e questo comporta un imbottigliamento quasi costante, almeno sulle direttrici principali.
I campi sono abbastanza lontani gli uni dagli altri: se ancora avete una macchina, armatevi di pazienza e sforzatevi di essere fortunati quando si tratta di parcheggio. Se non avete una macchina, gambe in spalla e usate i mezzi pubblici: non è che non funzionino, è che non ne hanno il modo, in un tessuto urbano irriconoscibile, con percorsi inediti e con necessità non contemplate dagli orari di servizio.
Gli amici da incontrare per una pizza… anche quelli sono un privilegio difficile da raggiungere e se avete questa fortuna, la pizza la trovate solo in un paio di posti.
La vecchia casa. Le case del centro storico e le case lesionate (a eccezione di quelle con le lesioni più gravi o da demolire, quelle… quelle scordatevele) possono essere raggiunte dai legittimi proprietari solo se accompagnati dai vigili del fuoco (disponibilissimi).
Attraverso le pagine della stampa locale e un servizio di informazione basato sul passaparola, gli aquilani nei mesi scorsi sono stati convocati alle loro residenze (quando raggiungibili) per verificare i danni e portare via da casa tutto ciò che è era possibile portare con sé. Ma, poi, ovviamente, le case da riparare o da abbandonare vanno svuotate.
Ciò significa portare via tutto il possibile, magari avvalendosi di un'azienda di traslochi che dovrà essere trovata fuori dalla città, ovviamente dopo aver trovato un posto in cui mettere tutto quello che si intende spostare (e tenerlo per un tempo non prevedibile). Buona fortuna!
Una ex-città . Non è capitata l'occasione di visitare la città distrutta. Non ho cercato l'opportunità per farlo, ma se anche ci fosse stata non l'avrei raccolta perché mi è bastato soffermarmi alla periferia. Sul finire di luglio, verso sera, la periferia della città era surreale. Silenziosissima, con le case buie e vuote, le strade deserte, le vetrine spente, le crepe impudiche. A guardarsi attorno, a vedere le macerie ancora sui marciapiedi, era difficile capire quando fosse stato il terremoto: forse il giorno prima?
Di sera o di giorno, passando da un campo all'altro, costeggiando la città, si vedevano case sventrate, tetti integri appoggiati su cumuli di macerie, facciate e fiancate che nascondevano il vuoto dietro di sé, macchine stritolate da pietre e blocchi di cemento.
Sarà mai veramente possibile rivedere L'Aquila? Quale abnorme sforzo organizzativo, economico e di volontà si deve fare per rimediare a questa ecatombe? Sarà mai possibile ripulire, ricostruire, riordinare?
Sono mai esistiti o esisteranno mai un popolo e un governo (di qualsiasi colore) capaci di far fronte a una situazione simile?
Si possono riallacciare tutti i fili spezzati o si deve ripartire da zero per qualcosa che sarà irrimediabilmente diverso?
Quando e come si potrà o si vorrà ragionare operativamente di un patrimonio artistico che quanto più il tempo passa tanto più si compromette?
1 – Continua (La nuova casa, Seconde case e Università, I randagi, Ogni campo un microcosmo, I volontari, Persone e iniziative aquilane)

 

Sotto le tende dell'Aquila – 2
26-08-2009
di Annalisa Strada
La nuova casa
Nei giorni passati a L'Aquila ho visto le case nuove lievitare, letteralmente. Dalla sera alla mattina, dalla mattina alla sera i pezzi si aggiungevano uno dietro l'altro grazie a turni di lavoro di ventiquattr'ore su ventiquattro. Nell'albergo dove ero alloggiata c'era anche un ingegnere che mi ha rassicurato sulla tenuta antisismica dei nuovi edifici, resistentissimi.
La linea è essenziale, spoglia, austera. Parallelepipedi con le balconi e finestre che (almeno per come le ho viste) non alterano minimamente la linea esterna del fabbricato.
Queste case crescono a grappoli: in “quartieri” composti da qualche condominio, tutt'attorno alla città. Una specie di ciambella fresca attorno al buco. Una struttura muraria di contenimento della vecchia città. Una fortificazione antisismica a difesa dalle macerie dell'agglomerato originario.
La new town nasce sul principio del ring.
Difficile immaginare una soluzione diversa, ma vederlo e immaginare l'opera completa colpisce.
Le case non saranno sufficienti per tutti gli sfollati e dunque si stilano le graduatorie. L'ansia da classifica fa fiorire leggende metropolitane, dicerie e sospetti che a volte sono il paravento della paura e altre volte lo specchio dei fatti: si va dalla moltiplicazione di extracomunitari accorsi sull'area disastrata per cercare di ottenere una dimora; alla trasformazione degli stati di famiglia per inglobare anziani e feriti; all'ipotesi degli “appartamenti promiscui”, cioè della condivisione dello stesso appartamento da parte di più famiglie, per togliere quante più persone possibile dalle tende. Non so se e cosa sia falso.
Le seconde case e l'Università
Molte delle persone che ho incontrato mi hanno raccontato che L'Aquila era una città anche di seconde case. Magari ereditate dai nonni, magari comprate per investire la liquidazione, altre volte frutto di sforzi e risparmi.
Le seconde case erano abitate in prevalenza da studenti, perché buona parte dell'economia di L'Aquila ruota(va) attorno all'Università (e al Conservatorio).
Se le seconde case resteranno definitivamente fuori dai piani di sostegno alla ricostruzione, quest'economia sarà definitivamente morta e bisognerà pensare a dove mettere gli studenti. Ammesso che l'Università resti a L'Aquila, visto che si raccontava di un tentativo di trasferire alcune facoltà in atenei di altre città. Certamente sarà un problema mantenere le matricole se gli studenti non avranno la possibilità di rimanere in città.
E non si perderanno solo gli affitti, ma tutto l'indotto, incluso l'indotto di speranze.
Sono pronta a scommettere che non saranno molti i genitori o i docenti che suggeriranno a figli e studenti di iscriversi a L'Aquila di questi tempi: non solo perché non avrebbero un letto, ma sostanzialmente perché un sisma non è una pubblicità rassicurante. La conclusione tiratela voi.
I randagi
L'Aquila conta(va) circa 65.000 abitanti più gli studenti universitari. Nell'area urbana ne stanno pochissimi (i pochi, fortunati e coraggiosi che hanno la casa ancora agibile), molti sono nelle tendopoli e tanti sono sulla costa o hanno trovato ospitalità da parenti o amici. Chi non sta a casa propria non può avere con sé animali da compagnia. Non che questa proibizione sia scritta da qualche parte: è una necessità di fatto. Cani e gatti aquilani si aggirano da soli, assistiti dai volontari e sfamati da molte persone di buona volontà… ma senza una casa.
Mi hanno colpito perché sono randagi remissivi, fiduciosi, affamati: lo specchio di un abbandono traumatico cui sono stati condannati anche i loro padroni. Tutti, a L'Aquila, hanno perso la tana.
Le scuole
Per quanto ho potuto capire, le scuole come luogo fisico, alla fine di luglio, non c'erano.
I bambini hanno chiuso l'anno scolastico in tenda, salvo non siano andati a finirlo in qualche altro paese o città dove hanno seguito i genitori.
Le maestre con cui ho parlato sono preoccupate per l'incertezza del futuro: non si sa dove saranno le scuole e i genitori non sanno se e dove avranno una casa; quante classi saranno rimaste?
Iscrivere i figli a scuola dà punti nella graduatoria per l'assegnazione della casa, ma dove sarà la scuola? In che edificio la metteranno? E che scuola sarà?
Per una famiglia, la scuola vale meno di una casa, per una società la scuola dovrebbe valere almeno quanto una casa.
I volontari
I volontari a L'Aquila sono (fortunatamente) tanti. Anche noi, in qualche modo, eravamo volontari.
Essere volontari non è facile, godere della presenza dei volontari può essere difficile.
L'estraneo che arriva con l'entusiasmo di chi ce la metterà tutta per rendere il mondo migliore, si inserisce in un equilibrio difficile e tragicamente precario. Ma spesso non lo sa.
La buona volontà, lo slancio e l'entusiasmo poco finalizzati possono diventare l'elefante di cui la cristalleria non sentiva la mancanza.
Fortunatamente questa tipologia è una minoranza, ma una minoranza che sa farsi sentire.
Al punto che, a volte, possono essere meglio le cavallette.
Persone e iniziative aquilane
L'Aquila terremotata ha anche mostrato gli artigli. Nicoletta, per esempio, tiene vivo il Bibliobus. Un bus delle linee urbane, carico di libri e che viaggia da un campo all'altro. Un autobus gemello ne costituisce la base fissa a Centicolella: parcheggiato davanti a due tavolini con l'ombrellone non è solo una biblioteca, ma anche un luogo di ritrovo e di aggregazione. Un posto dove chiacchierare con gli amici. Ci voleva, no?
Paolo il nostro albergatore, offre la colazione gratis a chi passa. Un modo come un altro per sentirsi a casa. Paolo ospita anche una vecchina senza casa e la signora accudisce un paio di gatti sfollati. Una concatenazione benefica.
Le maestre di Pagliare di Sassa hanno chiesto e ottenuto tre tende: una per i bambini della scuola dell'infanzia, una per i bambini della primaria e una per i ragazzi delle medie. Hanno cercato i loro ragazzi e li hanno raccolti: tutti i giorni del calendario scolastico, ma anche dopo: dalla mattina alla sera facendo turni su base volontaria per non far mai mancare un po' di attenzione e qualcosa da fare. Poco lontano c'è anche una tenda blu più piccola, per gli adolescenti e lì si va la sera. Tutte le tende sono aperte sia ai bambini e ai ragazzi del campo sia a quelli che vengono da fuori. E poi si parla male degli statali!
L., invece, lascia. Poco dopo Ferragosto ha seguito il marito trasferito per lavoro a Kabul. Quando il trasferimento è stato ipotizzato era gennaio e L. ha subito scartato l'ipotesi di lasciare a sua città: meglio rimanere, per il bene dei due figli adolescenti. Dopo il terremoto persino Kabul diventa una meta che si decora di qualche certezza: se non altro, la scuola c'è.
Rosalba è una delle mastre di Pagliare di Sassa. Una donna molto dinamica. Prima di andarmene le ho allungato l'agenda e le ho chiesto di segnarmi lì un suo recapito. Ha preso la penna, ha chinato la testa, ha scritto il numero del cellulare e poi è rimasta immobile per una manciata di secondi. Quando ha rialzato lo sguardo stava piangendo: solo allora si era resa conto di non avere più né un indirizzo, né un numero fisso, né una casa… né un'idea di quando e come avrebbe potuto recuperarne di nuovi.
A volte le grandi tragedie si colgono attraverso infinitesimi dettagli.

 

L'Aquila, 30.06.2009 | di Anna Morelli*
Una città blindata, soprattutto per la stampa. Bisogna andarci per capire...
“L'Aquila bella me”, come la chiamavano i suoi abitanti, la città a 100 chilometri da Roma devastata dal terremoto di tre mesi fa, rimane sospesa e in attesa, circondata da un silenzio fragoroso. Salvo, infatti gli spot governativi che vedono protagonista il premier e le notizie sull'imminente grande raduno del G8, la maggior parte dei media ha abbandonato il capoluogo abruzzese (che pure tanta solidarietà nel Paese ha suscitato) al suo destino. Le manifestazioni degli abitanti pazienti e ordinate, i convegni, gli incontri dei diversi comitati civici accomunati dalla volontà di ricostruire secondo regole condivise, non riescono a “sfondare”al di là dei giornali e delle tv locali. Né, eccetto lodevoli eccezioni  (come il reportage de l'Unità di domenica), si leggono inchieste, interviste, visite al Centro storico, cuore moribondo di una città al collasso.
Bisogna andarci all'Aquila per capire. Tornarci magari come figlia di quella terra ingrata e bellissima e come giornalista in pensione per accorgersi che c'è una volontà ben precisa di dirigere l'informazione, convogliarla in innocui canali prefigurati e distrarre la gente, compresi i cittadini aquilani, da tutto il resto. L'Aquila è una città blindata e militarizzata, come fosse assediata da nemici con le armi spianate. Ragioni di sicurezza, si ripete all'infinito: sicurezza fisica per le persone comuni che le continue scosse possono pregiudicare ed ora anche sicurezza per i grandi della Terra che si apprestano ad arrivare . E allora accade che presentare un tesserino dell'Ordine dei giornalisti per ottenere un “pass” in un ufficio, dove si va per ragioni personali, faccia scattare l'allarme. E la giornalista venga presa in consegna da un militare, seguita in ogni suo passo nel dedalo di cemento della scuola della Guardia di Finanza, piantonata durante i colloqui con gli sbigottiti impiegati e riaccompagnata all'uscita con nessuna spiegazione.
Poi c'è la visita (privata) al Centro storico dentro la zona rossa  e lo choc è ancora più grande. Alle spalle di piazza Duomo si estende un'area preziosa e unica dal punto di vista storico culturale : vicoli, piazze, palazzi, cortili, fontane, chiese che dal 1300 in poi, sono andati formando un patrimonio inestimabile e ineguagliabile, ma fragile e maggiormente esposto alle bizzarrie della natura. Il cuore della città, che ha dato linfa, ossigeno, identità e appartenenza a tutti gli aquilani, ora è gravemente ferito, inaccessibile e impenetrabile perché pericoloso per l'incolumità fisica dei cittadini e degli stessi uomini dei Vigili del Fuoco, della Protezione civile e della Polizia. Per visitare la propria casa o recuperare l'indispensabile è necessario prenotarsi presso la tenda dei Vigili del Fuoco, mettersi in fila e attendere che una squadra disponibile e gentilissima ti accompagni “dentro”. E dentro è tutto rimasto fermo alla notte fra il 5 e il 6 aprile: le macerie delle ali crollate dei palazzi cinquecenteschi sono tutte lì a ostruire i passaggi, i cornicioni e le tegole pericolanti non sono stati abbattuti, i puntelli alle case “spanciate” in avanti sono rarissimi e frutto di disperate insistenze.  E mentre in questo deserto, dietro il vetro di una finestra ancora occhieggia un'orchidea moribonda, s'incontra solo qualche faccia terrea  di chi cerca di riprendersi almeno un ricordo. Se non si entra nel Centro storico non si vede e non si può documentare la devastazione del terremoto e quanta inerzia e noncuranza l'hanno seguito, ma poiché è “pericoloso” per l'incolumità fisica nessuno può entrare. E' un circolo vizioso che impedisce la conoscenza e la consapevolezza da parte dei cittadini, che copre e nasconde le vere intenzioni sul futuro di questo territorio e mentre si esaltano e si amplificano le notizie “buone”( 50 metri di corso dalla Villa a piazza Duomo riaperti e documentati da tv di tutto il mondo) si impedisce di fatto l'esercizio della professione giornalistica nella zona oscurata. Delle altre censure si è parlato, anche se non abbastanza: la vita delle tendopoli è regimentata da un ordine paramilitare, e coloro che hanno una casa lesionata non sanno come, quando e con quali soldi potranno aggiustarla. Ora sono prioritari i lavori per il G8 e grande fermento c'è sull'autostrada e intorno all'aeroporto . Ma l'inverno all'Aquila arriva presto (spesso a metà agosto nevica sul Gran Sasso) e l'acqua e il gelo completeranno l'opera, in un silenzio ancora più assordante, quando sul palcoscenico dell'incontro dei potenti calerà il sipario.
 
*da articolo21.info
 
Il prefetto non chiarisce e svela che i controlli non sono completi
di Angelo Venti
Una conferenza stampa irrituale e che rischia di tramutarsi in un clamoroso boomerang per il governo . A indirla è il prefetto Franco Gabrielli, con lo scopo dichiarato di «chiarire» il contenuto di alcune notizie pubblicate su la Repubblica in cui si parlava con dovizia di particolari di appalti assegnati a ditte di «amici degli amici». Solo che il risultato, alla fine, è stato quello di confermare il contenuto delle notizie giornalistiche, che tra l'altro erano già state pubblicate la settimana scorsa proprio su Terra. E così il prefetto, che ha aggiunto altri particolari sulla gestione degli appalti, invece di dissolvere le prime timide ombre è finito a far aumentare le domande. Ha sostenuto, infatti, che i controlli sulle ditte sono in atto, che tutto è trasparente nonostante i tempi stretti dettati dall'emergenza della ricostruzione e che presto saranno resi noti gli esiti. «Comunque su 426 milioni di euro appaltati – ha sostenuto il prefetto Gabrielli – i lavori eseguiti dalla Impresa Di Marco ammontano a soli 128mila euro». Ma dichiara anche che a essere state controllate, finora, sono solo le imprese che si sono aggiudicate gli appalti, mentre sulle ditte “ mandanti ” che hanno risposto in “Associazione temporanea d'impresa” i controlli, di fatto, devono ancora essere eseguiti. «In ogni caso per i controlli sugli appalti – ha sostenuto il prefetto – stiamo applicando la normativa vigente in tema di certificazione antimafia. In ogni caso, il contratto sarà firmato e i lavori pagati solo dopo aver superato tutti i controlli».
Il prefetto si è trovato in difficoltà proprio sulla scarsa trasparenza nei lavori di ricostruzione. «Sui cantieri non esiste il cartello con i nomi di progettisti ed esecutori dei lavori, mentre in quello di Bazzano il precedente cartello in cui figurava anche l'Impresa Di Marco è stato sostituito alcuni giorni fa – chiede diretto un giornalista -. Eppure la loro esposizione in qualsiasi cantiere è un obbligo di legge». A questa domanda il prefetto risponde solo che si farà una verifica. La risposta non soddisfa nessuno e si chiede insistentemente perché non si riescono a conoscere i nomi delle ditte che effettivamente stanno eseguendo i lavori non solo per l'emergenza e la ricostruzione ma anche per il G8 . Le risposte sono vaghe, si rimanda a vari siti e a vari soggetti istituzionali. Stretto all'angolo, il prefetto ammette che la Protezione civile è l'unico committente per tutti i lavori, annunciando inoltre che i controlli sui contratti e sui subappalti stanno avvenendo a lavori in esecuzione e che i contratti, relativi ad esempio alla Di Marco, non sono stati ancora firmati.
Magia dell'emergenza.

da Terra, 30 giugno 2009

 

 

 
 
 
 
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